Nell’establishment si moltiplicano le voci che condannano l’austerità, mentre le organizzazioni sovranazionali chiedono una sforzo sempre più forte in direzione della crescita, specialmente per quei paesi (Italia in primis) che continuano ad affrontare una ripresa anemica, se non inesistente. Agli occhi del mondo le politiche di rigore imposte all’interno dell’area Euro sembrano sempre più deleterie e anacronistiche, tanto che la stessa BCE di Draghi alla fine ha prevalso su i dogmi della Bundesbank tedesca varando il QE europeo da 1140 miliardi di €. Anche in Cina, dove il rischio di un brusca frenata dell’economia si fa sempre più concreto, le autorità stanno seriamente pensando di attuare una politica di alleggerimento quantitativo in modo da rivitalizzare la crescita interna, la quale sta scivolando sotto il 7%. Inoltre alcuni studiosi sospettano un tasso di crescita reale molto più basso, nascosto volutamente dal regime tramite dati truccati e artifici contabili.

Il fronte contrario all’Austerity sta prevalendo nel sistema economico globale, eppure la ripresa reale e duratura continua a rimanere un miraggio. Negli Stati Uniti le disuguaglianze non hanno fatto altro che aumentare favorendo il ceto più ricco a scapito della middle class, nonostante diversi QE e un debito pubblico a livelli inquietanti. L’immissione di migliaia di miliardi di dollari nel sistema finanziario ha finito per ingrandire le ricchezze degli speculatori e dei grossi investitori di Wall Street, mentre “Main street” è rimasta imprigionata in una lenta decadenza. Lo stesso si può dire del Regno Unito, dove al di là dei trionfi del polo finanziario della City e dell’economia londinese, si respira un clima di disfacimento del welfare state, mentre la Croce Rossa è dovuta intervenire a tutelare i poveri, cosa che non accadeva dalla Seconda guerra mondiale. L’aggressivo piano economico del premier giapponese Shinzo Abe (Abenomics), che doveva trascinare il Giappone fuori dalla stagnazione pluridecennale, sta per ora conseguendo risultati deludenti, mentre il debito/Pil viaggia intorno al 240% senza alcun limite a breve.

A conti fatti l’alternativa neo-keynesiana legata al deficit spending e alle politiche di alleggerimento quantitativo ha finito per favorire la componente più ricca e potente dei cittadini occidentali; un’esigua minoranza strettamente legata alla componente dei mercati finanziari, i quali continuano a crescere senza alcuna correlazione con l’economia reale sottostante. Questa pesante distorsione all’interno dei Mercati sta generando molteplici interrogativi, non solo sulle politiche economiche, monetarie e fiscali fino ad ora attuate, ma anche su i possibili effetti collaterali sul medio/lungo termine. Infatti un nuovo allarme sta suonando nei circuiti della finanza e coinvolge la questione dei buy-back attuati dalle multinazionali. Attraverso questa procedura le varie società ri-acquistano le proprie azioni, spesso indebitandosi, in modo da far salire il valore azionario della società stessa, oltre che i dividendi e i bonus dei dirigenti. Questo comportamento   ha portato a disincentivare gli investimenti industriali favorendo unicamente il portafoglio degli azionisti. Negli ultimi anni il valore di tali operazioni ha raggiunto livelli notevoli, tanto che la quota allocata è praticamente raddoppiata fino a sfiorare i livelli del 2007 poco prima della grande Crisi. Questo nuovo tipo di bolla sta registrando un boom spaventoso grazie anche ai tassi infimi prodotti dalle politiche monetarie delle banche centrali. Nel caso di un improvviso rialzo dei tassi da parte della FED, che sono bloccati intorno allo 0,25 % da svariati anni, la liquidità presente su i Mercati potrebbe sparire immediatamente generando pesanti convulsioni proprio sulle quotazioni gonfiate delle corporations. La crisi economica del 2007/8 sembra che stia per registrare una nuovo capitolo dai contorni incerti ed estremamente pericolosi.