Solitamente la scienza economica classica, dimenticando di aver avuto origine dalla filosofia, si limita a studiare il comportamento dell’ homo oeconomicus partendo da un punto di vista meramente quantitativo, sottovalutando il fatto che la natura umana rappresenta un tutto organico, costituito da una molteplicità di dimensioni diverse ma armonicamente interconnesse le quali di conseguenza non possono essere concepite separatamente l’una dall’altra. Sebbene tale approccio abbia prodotto utili risultati nell’ambito del proprio specifico orizzonte di ricerca, nel momento in cui le teorie economiche diventano scelte politiche esse trascendono il contesto ad esse pertinente, andando ad impattare su tutte le dimensioni dell’essere umano, inclusa, per quanto ciò possa sembrare strano a prima vista, quella dell’identità di genere.

Una prova lampante di ciò si ha in seguito all’adozione entusiasta delle teorie di impronta neoliberista da parte dei governi britannico ed americano tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, con l’elezione rispettivamente di Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Più o meno in quel periodo, sulla spinta della nuova ideologia economica di riferimento, iniziano a verificarsi negli Stati Uniti e in Gran Bretagna prima, poi negli altri paesi occidentali, due fenomeni economici di portata globale strettamente legati tra loro: 1) lo spostamento del fulcro dell’economia dall’industria ai servizi, sopratutto di natura finanziaria; 2) la delocalizzazione delle attività produttive di natura industriale in paesi a basso costo di manodopera, come quelli dell’Europa orientale e dell’Asia. Questi due fenomeni hanno causato da un lato l’aumento del tasso di disoccupazione dei cittadini maschi con un basso livello d’istruzione (i quali fino ad allora avevano trovato un facile sbocco occupazionale nel settore dell’industria) e dall’altro il loro mancato reinserimento lavorativo (non potendo essere riassunti nel settore dei servizi per il fatto di essere privi delle necessarie competenze).  Conseguenza ultima è stato l’aver minato uno degli elementi fondamentali dell’identità di genere degli individui di sesso maschile appartenenti alla così detta “classe operaia”, ovvero l’idea dell’uomo come di colui che ha la capacità di sopperire ai bisogni economici della sua famiglia. A questo processo si è accompagnato il (peraltro giustissimo) riconoscimento dei diritti delle donne lavoratrici, senza che però niente venisse fatto per aiutare i cittadini di sesso maschile privi di un’occupazione a rientrare nel mondo del lavoro tramite opportuni programmi di reinserimento e riqualificazione. Questi uomini, privati di lavoro, famiglia e prospettive, tre elementi fondamentali della loro identità di genere, hanno spesso trovato in attività di natura criminale un facile sbocco per la loro virilità repressa, andando così ad aumentare la popolazione carceraria di sesso maschile che, per esempio, negli Stati Uniti si sta avvicinando al 100%.

La situazione è ormai così grave che ora anche i media mainstream (inclusi quelli di orientamento neoliberista) stanno incominciando a notarla. Un saggio pubblicato la settimana scorsa dal settimanale britannico The Economist affronta proprio il tema della crisi dell’identità di genere degli individui di sesso maschile in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Infatti, sebbene siano uomini il 95% circa degli amministratori delegati delle 500 aziende più importanti al mondo (dati Fortune 500), il 98% dei miliardari che compaiono nella lista degli uomini più ricchi del pianeta stilata dalla rivista americana Forbes, ed il 93% dei capi di Stato, tuttavia è di sesso maschile anche il 93% dei detenuti delle carceri americane, il 79% delle persone vittime di omicidio ed il 66% di coloro che commettono suicidio (gli ultimi due dati si riferiscono alla popolazione mondiale). Se si considerano i paesi sviluppati che fanno parte dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), la proporzione di studenti di sesso maschile in possesso di una laurea è scesa al 42%, mentre i ragazzi hanno 50% di probabilità in più delle ragazze di non ottenere la sufficienza nelle tre materie di studio di base: matematica, letteratura e scienza. Nel contempo, negli Stati Uniti il tasso d’occupazione della popolazione attiva di sesso maschile è sceso dal 95% della metà degli anni ’60, all’84% del 2010, mentre nel Regno Unito dal 92% del 1971 al 76% del 2013; per le donne è invece salito dal 53 al 67%. Questi dati impattano profondamente sul rapporto tra i sessi. Se infatti nel 1960 negli Stati Uniti c’erano 139 uomini celibi con un’occupazione ogni 100 donne (con o senza un lavoro), nel 2012 vi erano solo 91 uomini impegnati in un’attività lavorativa ogni 100 donne. Di conseguenza, una donna trova molto più difficoltà oggi che 50 anni fa a trovare un uomo con un lavoro stabile insieme al quale iniziare un percorso di vita comune, con la conseguenza che spesso molte donne americane o britanniche decidono non solo di non sposarsi ma anche di non coinvolgere i propri partners nell’allevamento dei figli, una scelta questa che però ha un impatto fortemente negativo su questi ultimi, perché li costringe a crescere senza una figura maschile di riferimento.

Sebbene sia vero che alcuni dei lavori più pericolosi o che richiedono lunghi periodi in cui si è lontani da casa siano ancora di esclusiva pertinenza maschile, The Economist afferma che: “[…] the real money is in brain work, and here men are lagging behind” (i veri soldi si fanno nei lavori in cui si usa il cervello, e qui gli uomini sono molto indietro [rispetto alle donne]). Arginare questa situazione non sarà facile, ma richiederà una trasformazione a 360° della società, la quale da un lato metta un argine alla delocalizzazione selvaggia e limiti il potere della grande finanza internazionale di orientare l’indirizzo economico degli Stati, e dall’altro ripristini una relazione più equilibrata tra i due sessi, entrambi importanti per lo sviluppo armonioso della personalità umana.

Fonte: http://www.economist.com/news/essays/21649050-badly-educated-men-rich-countries-have-not-adapted-well-trade-technology-or-feminism