Uno dei concetti maggiormente ripetuti da politici ed economisti di tutti gli schieramenti riguarda la necessità di ridurre il debito pubblico. Si è detto da più parti che esso rappresenta un enorme freno alla crescita, a causa del fatto che quelle risorse che potrebbero essere impiegate per un piano di investimenti pubblici in grado di rilanciare l’economia o per ridurre la pressione fiscale vengono invece destinate al pagamento degli interessi sul debito. Tuttavia, sembra che nessuna delle misure messe in campo finora sia riuscita a fermare la crescita esponenziale del livello di indebitamento pubblico. Secondo uno studio della società internazionale di consulenza McKinsey, riportato qualche giorno fa dal settimanale britannico The Economist, a partire dal 2007, anno di inizio della crisi, il rapporto debito/PIL è cresciuto in 41 delle 47 economie sviluppate oggetto d’indagine; il livello d’indebitamento di Stati, aziende private e famiglie, è passato dal 246% del 2000 all’attuale 286%. Praticamente, per ogni dollaro prodotto dal sistema economico, viene a crearsi più di un dollaro di debito.

Se consideriamo i paesi che hanno adottato la moneta unica europea, noteremo come essi siano tra quelli maggiormente indebitati, nonostante due fattori strettamente interconnessi: 1) il fatto che il Trattato di Maastricht avesse stabilito in modo esplicito che il debito pubblico non dovesse superare il 60% del PIL; 2) l’adozione, in seguito alla crisi economica del 2007, di politiche di austerità fiscale volte proprio a contenere l’indebitamento pubblico, il quale invece a partire da quell’anno è aumentato in modo costante fino a raggiungere oggi il 92% del PIL complessivo della zona euro. Solo la Slovacchia, la Lituania, la Lettonia e la Finlandia sono riuscite a mantenersi entro il parametro del 60%, sebbene si debba considerare che i primi tre paesi menzionati sono entrati nell’area euro solo da pochi anni, mentre la Finlandia, uno dei falchi pro-austerità, è recentemente rientrata in recessione (nel primo trimestre del 2015 la sua economia si è contratta dello 0.1%), senza che il suo rigorismo finanziario sia riuscito minimamente ad evitare un esito così disastroso per la propria economia nazionale.

Appare ovvio a chiunque che il debito pubblico non potrà continuare a crescere in eterno; e nonostante gli strumenti di politica monetaria “non convenzionali” come il Quantitative Easing siano riusciti a tenere bassi i tassi di interesse sui titoli del debito pubblico, è chiaro che la loro azione “salvifica” non potrà essere efficace per sempre, pena una diminuzione sempre maggiore del valore del denaro (e già l’euro ha perso più del 30% rispetto al dollaro a partire dallo scorso maggio). Ciò che è necessario fare per diminuire il debito è ritornare ad un’economia basata non su attività di speculazione finanziaria ma sulla produzione di beni e servizi la quale rimetta al centro il lavoro in tutte le sue manifestazioni (dal lavoro dipendente all’imprenditoria piccola e media), mentre il capitale, tramite l’attività di intermediazione bancaria, deve ridiventare un elemento funzionale a tale processo, non uno dei suoi principali ostacoli come nella situazione attuale. Lo Stato deve riacquisire il suo ruolo di guida del processo economico, non però nel senso di ripristinare un dannoso assistenzialismo che renda possibile ad eventuali politicanti senza scrupoli di guadagnare una manciata di voti in più tramite lo sperpero di denaro pubblico, ma nel senso di svolgere, tramite una legislazione a ciò preposta, la funzione che ad esso propriamente pertiene: quella di mediatore dell’irresolvibile tensione esistente tra capitale e lavoro, al fine di far sì che il processo economico sia di beneficio al maggior numero di cittadini e non solo a pochi tra essi. Tutto ciò in linea con quanto esplicitamente affermato dalla nostra Costituzione, che agli articoli 3 e 4 dei Principi Fondamentali recita:

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Fonti:

http://www.economist.com/blogs/economist-explains/2015/05/economist-explains-20?fsrc=scn/fb/wl/ee/st/whytheworldisaddictedtodebt

http://www.telegraph.co.uk/finance/economics/11552293/Europes-debt-mountain-just-got-bigger.html

http://www.telegraph.co.uk/finance/economics/11548318/Caveat-creditor-as-IMF-chiefs-mull-unpayable-debts.html

http://vocidallestero.it/2015/05/15/new-york-times-la-finlandia-ex-fiore-allocchiello-delleurozona-sta-vacillando/

http://www.theguardian.com/business/2015/mar/11/euro-drop-us-dollar-value-analysts