di Alma Riva 

La maggior parte delle persone vive senza sapere cosa siano esattamente e come funzionino. Eppure, dopo le leggi immutabili della Natura, sono loro a muovere il mondo. Ad un loro battito di ciglia, gli stati si inginocchiano. Ad un loro accenno di nervosismo, i giganti della politica si fanno nani. Moire dell’economia, tengono in pugno il destino di popoli, decretandone lo sviluppo o la decadenza. Da loro dipende il salario dell’impiegato pubblico come del manager, dal profondo sud italico alle desolate nebbie londinesi. Parliamo, ovviamente, dei mercati finanziari, questa benedetta maledizione del nostro tempo, cui ci lega un rapporto di amore e di odio di difficile pacificazione. Odio perché i loro desideri, ragionevoli o meno, certamente volubili, dettano l’agenda politica di intere nazioni, senza affezione alcuna per le comunità coinvolte. Amore perché, volenti o nolenti, a loro dobbiamo la più grandiosa fase di sviluppo economico che l’umanità abbia conosciuto, nonché il funzionamento degli apparati statali che garantiscono, chi più e chi meno, molteplici servizi. Sono i mercati azionari e obbligazionari, con la loro capacità di aggregare e smistare risorse finanziarie, ad aver permesso e alimentato il precoce sviluppo industriale e tecnologico della Vecchia Europa e ad aver inverato, dalla seconda metà del XIX secolo, l’avvento economico del Nuovo Mondo. Senza le ferrovie, finanziate con i liberi flussi di capitale provenienti dal Vecchio Continente, gli Stati Uniti d’America sarebbero ancora una distesa sconfinata di praterie. A dirla tutta, senza i mercati non ci sarebbe proprio lo Stato moderno come lo conosciamo. Scomodo e bizzarro quanto volete, ma il welfare dipende da Wall Street. Difatti, se lo Stato spende oltre i propri mezzi, erogando servizi, investendo e pagando salari, è perché è in grado di rifinanziarsi sui mercati. Il prezzo da pagare è la sudditanza ai loro desideri che è proporzionale al numero di scelte a loro disposizione. Maggiore la libertà dei capitali di scorribandare da un punto all’altro del globo, maggiore l’asservimento ad ogni ghiribizzo borsistico onde scongiurare fughe e attacchi speculativi, facilitati da un progresso tecnologico che rende possibile spostare masse stratosferiche di denaro virtuale in meno di un clic. Questo rapporto ambivalente ai mercati, oscillante tra il disprezzo e l’ammirazione, travaglia anche le riflessioni di Adair Turner, ex capo dell’authority per i servizi finanziari britannici. Vecchio lupo della finanza, grande amico di George Soros, convertito come quest’ultimo alla narrativa della finanza responsabile, nel suo ultimo libro (Between the Debt and the Devil) Turner mazzola i mercati: non sono efficienti, non sono razionali, tendono a favorire una crescita del credito incontrollata, alimentando bolle che, una volta sgonfiate, lasciano l’economia ‘reale’ carica di debiti insostenibili. Eppure, ammette Turner, non si può fare a meno dei mercati, pena il ritorno al sasso e alla fionda. Meglio allora rafforzare la regolamentazione, favorire gli investimenti a lungo termine piuttosto che a corto termine, incoraggiare l’investimento azionario (che facilita una presa di coscienza sul rischio) piuttosto che quello obbligazionario (che tende, invece, a cancellare il rischio dalla prospettiva degli investitori, inducendo scelte irrazionali), reintrodurre finanche qualche controllo sui capitali, fosse pure a discapito dell’efficienza. Plauso agli arditi propositi di Turner. Ma i mercati finanziari sono cavalli selvaggi, che non amano le briglie e che fremono per disfarsene. Le mezze soluzioni, con loro, sono difficili, se non impossibili. Nell’incertezza, i capitali trovano il modo di sfuggire agli impedimenti, come raccontano gli ultimi anni del regime monetario di Bretton Woods. Conclusione. I detrattori dei mercati, che pur non vogliono rinunciare agli agi che dai mercati sono permessi, si rassegnino a tributar loro un catulliano ‘Odi et amo’.