Ci sono due modi di raccontare la legge di stabilità presentata qualche giorno fa dal Premier e dal Ministro dell’Economia Padoan. Il primo modo, se vogliamo più di sinistra, è quello di enfatizzare l’allocazione inefficiente con il quale si impiega la flessibilità ottenuta in sede europea, vale a dire il deficit.  Il sostegno alla crescita sarà minore rispetto a quest’anno, il deficit infatti passerà dal 2,6% al 2,2%. Più precisamente le due clausole di cui stiamo parlando sono la clausola delle riforme e la clausola degli investimenti: complessivamente poco meno di 13 miliardi di finte coperture ottenute grazie alle così dette riforme strutturali avviate dal Governo. Se l’Italia avesse una classe politica seria ed esistessero ancora dei partiti di centro-sinistra più che accusare il Governo sulle soglie di utilizzo del contante che passa da 1.000 a 3.000 euro o imputare a Renzi di voler esentare Imu e  Tasi per i proprietari di immobili di lusso, si dovrebbe aprire una riflessione sul fatto che l’azione di governo a trazione PD utilizza risorse che teoricamente non ci sono per abbassare, o provare ad abbattere, le imposte e non per aumentare gli investimenti. Qua non si tratta di ideologia, ma di onestà intellettuale, di dialettica politica o se preferite di trasparenza. Il fatto in questione è molto semplice: un governo che dovrebbe essere espressione di determinati blocchi sociali, con specifiche ricette economiche imbocca un’altra strada, allocando male le risorse che gli sono state concesse. Il numero da questo punto di vista più significativo riguarda proprio la clausola degli investimenti legata a quelli già effettuati. Verrebbe da chiedersi quali, visto che molti miliardi dei fondi strutturali europei sono rimasti in cassa anziché essere spesi ad esempio per promuovere talune zone del Meridione d’Italia.

Al tempo stesso vi è un secondo modo per raccontare e muovere critiche alla legge di stabilità, in un’ottica questa volta più di destra: la riduzione delle imposte effettuata partorirà il solito topolino. Perché il governo, ancora una volta, anziché tagliare la spesa – come aveva più volte annunciato – taglierà un altro commissario alla spending review, Roberto Perotti. In effetti pare strano che su oltre 800 miliardi di spesa pubblica, il Governo non sia riuscito a tagliarne 10 miliardi: ci dovremo accontentare a quanto pare di poco più della metà, circa 5 miliardi e mezzo di tagli. Di conseguenza, senza promuovere tagli di spesa, si utilizza il deficit (e quindi maggiore indebitamento) ma senza sforare (e questo è molto significativo) il vincolo europeo del 3%. In pratica si fa finta a livello europeo di combattere l’austerità, ma al tempo stesso il Governo non si vuole prendere la responsabilità di attaccare in ottica nazionale determinati centri di potere. Il risultato complessivo per quest’anno sarà una crescita che forse-grazie specialmente al periodo estivo- sarà ricorretta, passando dal 0,7 al 0,9 .  Troppo poco, vista l’attuale congiuntura internazionale e specialmente l’attuale politica monetaria, espansiva per via del Quantitative Easing.

Il Governo ha dunque presentato una legge di stabilità che dimostra se ancora ve ne fosse bisogno che stiamo parlando di persone dalle idee abbastanza confuse: se si prende infatti la finanziaria dello scorso anno e la si compara con quella presentata in questi giorni, in tempi normali definiremmo la prima come la solita manovra demagogica di centro-sinistra e la seconda come la solita manovra di centro-destra. Altrettanto demagogica nel senso che la priorità per il Premier è mantenere e consolidare il potere, provando a conquistare i voti che una volta confluivano sul centro-destra. Basti pensare che Renzi, pur di non perdere consenso, ha fatto finta di litigare con Bruxelles. Renzi non è Corbyn o Varoufakis, questo lo si era capito dal 5 luglio, data dell’accettazione del terzo memorandum per Atene. Renzi è una minestra riscaldata di cose già dette e già fatte, affinché nulla cambi né in un verso, né nell’altro. Se da una parte il Primo Ministro fa finta di mostrare i muscoli, ricordando a Bruxelles che l’Italia è uno degli sponsor economici più importanti in termini di finanziamenti all’Unione Europea, d’altra parte il Premier si pregia di stare sotto le regole europee, come quella del 3%. Questo limita una politica fiscale espansiva. Ma dopo tutto è meglio così: Renzi non ha intenzione di correggere le inefficienze di questo paese e l’allocazione di quel deficit, per fortuna non troppo elevato, non è volta a promuovere gli investimenti. L’UE quasi sicuramente non gli concederà ulteriori margini di flessibilità, vale a dire quella che il governo si aspetta dalla clausola per l’immigrazione, pari allo 0,2 per cento in più chiesto da Roma.

Ma allo stesso tempo Bruxelles non rispedirà la finanziaria al mittente: Renzi non è un nemico, ma un restauratore dell’Europa a trazione tedesca. E lo è almeno dal giorno in cui ha scelto di stare dalla parte della Germania sul memorandum greco, illudendosi che i pericoli siano passati. I dati non ci dicono questo, né tanto meno raccontano una crescita robusta ed efficace frutto di buone manovre economiche. I dati raccontano una flebile crescita per i paesi mediterranei, dovuta a fattori esogeni e al fatto che l’ultimo governo eletto dal popolo italiano,nel 2011 si è battuto affinché il nuovo presidente della BCE non fosse diretta emanazione della Bundesbank