Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri. Se è vero che il messaggio di fondo de “La fattoria degli animali” non c’azzecca niente con la normativa bancaria europea del 2016 è altrettanto vero che Orwell, ancora una volta, si dimostra più attuale che mai. Il fatto: la BCE potrebbe aver riservato un trattamento di favore a Deutsche Bank durante gli ultimi stress test. Potrebbe essere infatti del signor Jones la fattoria dei diversamente grassi maiali che sta facendo tremare l’intera stalla. E per intera stalla s’intende il mondo. Questa estate, precisamente durante il mese di luglio, uno spietato Mario Draghi versione Jack Nicholson squarciava la porta del bagno e si palesava: “Banche sono a casa! Banche! Sono arrivati gli stress test!”. Con gli stessi occhi impietriti figli di una discutibile interpretazione di Shelley Duvall (Wendy), Shining era diventato il mood del momento. Tutti sapevano. Nessuno parlava. Ci sarebbero potute essere preoccupanti sorprese. Non ci furono. A dir la verità si trattò di un test edulcorato e sostanzialmente fittizio.

Anzitutto: cosa sono questi benedetti Stress Test? Sono delle simulazioni effettuate dalla European Banking Authority (EBA) aventi l’intenzione di verificare la capacità di reazione delle banche di fronte a scenari economicamente e, di conseguenza, finanziariamente avversi. L’ente, che ha sede a Londra, lavora sui bilanci delle suddette banche e al termine del processo pubblica il responso: “questa al primo soffio di vento crolla, questa imbarca solo acqua, questa resiste”. Tra quelle che crollano, ultima della classe a luglio, è stata MPS. Non una grande novità. Ha invece sorpreso il risultato di Deutsche Bank, promossa quasi a pieni voti. È di pochi giorni fa l’amara scoperta: l’EBA ha riservato un trattamento di favore al barcollante gigante tedesco. In altre maliziose parole Deutsche Bank ha barato. Nel test le sarebbero stati infatti contabilizzati 4 mld di profitti dovuti alla vendita delle azioni dell’istituto di credito cinese Hua Xia, transazione in realtà non ancora conclusa al termine del 2015, anno di riferimento per i bilanci posti sotto simulazione. Tutt’ora tale transazione non si è conclusa.

Il Financial Times, primo a pubblicare la notizia, sottolinea come “nessuna delle altre 50 banche sottoposte a stress test ha simili note riportate, sebbene molte avessero accordi decisi ma non ancora completati alla fine del 2015”. Tradotto in parole semplici: il cervellone dell’EBA che ha espresso il giudizio finale su Deutsche Bank ha tenuto conto di 4 mld in più del dovuto che non sarebbero dovuti rientrare nella simulazione. Il regolamento parla chiaro:

“ogni disinvestimento, misura capitale o altre transazioni che non siano state concluse prima del 21 dicembre 2015 […] non debbono essere prese in considerazione nelle proiezioni”.

Definire l’UE “germanocentrica” pare non essere più solo un affare per complottisti. I media non hanno naturalmente dato risalto ad una notizia che, per la verità, è clamorosa. Dov’è finita la proverbiale mentalità tedesca, quadrata e attenta alle regole? Nessuno è in grado di dare una risposta certa. A vederci del buono l’EBA ha attuato una “operazione simpatia” per truccare a colpi di fondotinta i suoi bambini denutriti. La storia insegna, però, che a nascondere la polvere sotto al tappeto prima o poi se ne pagano le conseguenze.

 

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Risultati degli stress test 2016. Le barre rappresentano la riserva di capitale di cui ogni banca disporrebbe in caso di scenario macroeconomico avverso. (Fonte: Financial Times).

Insomma alcuni animali sono più uguali di altri e altri maiali possono sguazzare più serenamente nel fango. Deutsche Bank a dir la verità più che nel fango si ritrova a sguazzare in un cumulo di escrementi. Il primo istituto di credito tedesco aveva destato diverse preoccupazioni per una “serie di sfortunati eventi” che l’hanno colpita durante l’anno solare 2016. È di luglio, ad esempio, la notizia che gli utili di DB sono crollati del 98%, peggio di qualsiasi previsione. Come se non bastasse il titolo in borsa ha cominciato a mostrare da marzo 2015 una tendenza al ribasso, che l’ha portata da 33 a 12,33 euro ad azione (quotazione del 12/10/2016). A questo va ad aggiungersi la megamulta senza precedenti da 14 mld di dollari del Dipartimento di Giustizia USA per “comportamenti scorretti nella vendita di obbligazioni legate ai mutui subprime” durante l’esplosione della Crisi del 2007. Sanzione che poi, “ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi” direbbe un Dante analista finanziario, ha davvero fatto scattare mille campanelli d’allarme neanche due settimane fa, dando il via a crolli improvvisi del titolo azionario placati solo da un rumor, successivamente smentito, menzionante un ipotetico accordo tra tedeschi e americani destinato a ridurre l’importo della sanzione.

Per chiudere la lista, comunque incompleta, vanno citati anche i 42mila miliardi di euro di derivati in pancia (14 volte il PIL tedesco) che la rendono, di fatto, un ordigno ad orologeria ben più interconnesso e pericoloso della ormai celeberrima e defunta Lehman Brothers (chi vuole intendere, intenda). Una sua eventuale crisi? Si tratterebbe senza dubbio di una situazione drammaticamente divertente. Angela Merkel si troverebbe di fronte al dilemma “bail-in e morte politica (conseguente a proteste di cittadini infervorati armati di forcone)” oppure “bail-out e morte dell’UE (in quanto brucerebbe con un solo schiocco di dita l’intero precario equilibrio derivante dalle discutibili normative)”. Questa sarebbe la parte divertente che terrebbe incollati al televisore milioni di appassionati per lo stesso motivo che spinge al successo i reality show: vedere personaggi famosi al di fuori del loro habitat naturale. La parte drammatica? Una crisi totale del sistema economico mondiale. Apocalittica. Deutsche Bank è davvero troppo grande per fallire (“too big to fail”). La speranza è che vi sia un limite all’incoscienza, un seppur minimo sentimento di amor proprio e della propria specie che spinga le autorità e le istituzioni competenti a porre fine allo Shining-mood: anche i fan di Kubrick non ne possono più.