di Luca Pioli 

Dopo la manifestazione dello scorso fine settimana tenutasi a Berlino, che ha visto la partecipazione di oltre 250mila persone, si è tornato a parlare del tanto contestato TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), ovvero l’accordo di scambio tra USA e Unione Europea. Ma cosa prevede questo scambio? Quali vantaggi porterebbe all’economia Statunitense e quali a quella Europea? E perché tante critiche? Il TTIP è un accordo commerciale (ancora in fase di negoziazione) di libero scambio che prevede l’abbattimento delle frontiere volto a facilitare gli scambi economici tra Stati Uniti ed Europa. Le aziende Europee potrebbero, ad esempio, vincere appalti pubblici Statunitensi e viceversa. Vi sarebbe l’abbattimento dei dazi di frontiera e aumenterebbero così esportazioni ed importazioni di qualunque settore economico. I negoziati, dopo circa dieci anni di preparazione, sono stati avviati ufficialmente nel Giugno 2013 con il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e l’allora presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso e sembra che il trattato (storico per importanza)  possa concludersi a breve, addirittura entro la fine del 2015.

Alcuni economisti, così come Il “Center for Economic Policy Research di Londra”, ritengono che questo accordo porterà benefici ad entrambi i partecipanti e aumenterà il PIL di ambedue le potenze (la somma del PIL di USA e UE è pari al 45% del PIL mondiale). Secondo questi studi ci sarà un aumento del volume degli scambi e in particolare delle esportazioni europee verso gli States con un incremento del 28%, circa 187 miliardi di euro. Queste stime attestano che ci saranno 545€ in più per ogni famiglia in Europa e anche che l’aumentare della concorrenza creerà una propensione verso l’innovamento e un aumento di posti di lavoro. Sembrerebbe fantastico, un accordo con i grandi Americani da cui trarre solo benefici. Sembrerebbe proprio la svolta di cui l’UE ha bisogno. E allora perché una settimana fa in 250mila persone sono scese in piazza per dire “no” a questo fantastico accordo? Perché milioni di persone si stanno opponendo al trattato firmando petizioni?

Non di certo perché i cittadini Europei sono una massa di “Bastian contrario”, bensì per motivi più che validi. Basti pensare che il Commissiario del commercio dell’UE Cecilia Malmström, ovvero colei che sta mandando avanti le trattative della parte Europea, ha risposto ad una giornalista dell’Independent che il suo mandato non arriva dai cittadini Europei, ovvero che non rappresenta l’Europa. Ma com’è possibile visto che i commissari europei sono tenuti a rappresentare  ufficialmente i governi eletti in Europa? Ma allora, se non i cittadini, chi rappresenta la Malmström? All’UE è chiaro a tutti, la Malmström è il volto di rappresentanza delle lobby, dalle quali prende ordini e per le quali concluderà questo accordo. Ed è chiaro a tutti che ancora una volta non saranno i cittadini a guadagnarci qualcosa, ma le solite ingombranti, insidiose e maledettamente potenti lobby. E intanto la Commisione Europea continua a mandare avanti le trattative in maniera poco trasparente tenendo all’oscuro i governi Europei, i parlamentari e i cittadini. E anche le previsioni del “Center for Economic Policy Research di Londra” puzzano di marcio; l’istituto è infatti finanziato da diversi nomi di grandi banche.

Per di più, un altro aspetto che ha creato moltissime polemiche è quello legato al cibo, un’apertura delle frontiere porterebbe inevitabilmente all’entrata in Europa di cibi provenienti dagli USA. Il problema sorge perché  le normative di sicurezza e di controllo sugli alimenti che ci sono in Europa sono molto più specifiche e severe di quelle presenti negli Stati Uniti. Perciò l’apertura delle frontiere porterebbe in Europa ingenti quantità di prodotti OGM difficili da rintracciar, e tutto questo sfocerebbe in breve tempo in un’economia (nell’ambito dell’agricoltura) di monopolio. Le piccole imprese, comprese quelle a condizione familiare, si ritroverebbero schiacciate dal potere delle multinazionali con le quali sarebbe impossibile competere. L’Italia, come la Francia e tanti altri paesi come ad esempio la Polonia trovano nell’agricoltura un punto chiave dell’economia e tutti i prodotti specifici, quelli IGP e DOP verrebbero spazzati via se accadesse quanto scritto prima. Allora ecco spiegato il perché dei 250mila di Berlino, degli oltre 3 milioni di firmatari alla petizione, e di tutte le critiche che continuano a formarsi e ad infrangersi inesorabilmente contro il muro dello strapotere lobbistico.