Da dove arriva

 

Donald Trump arriva su di un treno diretto, partito dalla stazione della disperazione nel 2007. Il candidato repubblicano abbandonato dai Repubblicani è la voce di una America che viene raccontata come “Great” ma che in realtà non lo è (e desidera, non a caso, di tornare “great again”). Le presidenziali si sono svolte in uno Stato con la disoccupazione reale che tocca il 23%, nonostante i dati ufficiali parlino di piena occupazione al di sotto del 5%. Se nel 2008 la partecipazione della forza lavoro si attestava al 66%, oggi è in calo al 63% (al minimo dai primi anni ‘70). La capacità produttiva utilizzata è ferma al 75%, ben distante dall’81% pre crisi. I posti di lavoro “ufficiali” sono stati sì creati, ma in una logica di compressione salariale e in settori del terziario base (non nella produzione industriale): dal 2014 ad oggi sono stati assunti 524mila camerieri e baristi, mentre l’industria manifatturiera ha perso 13mila occupati. Se lo spettro della deindustrializzazione si mostra a colpi di accetta perpetrati dalla globalizzazione, il leit motiv dell’uguaglianza sventolato dalla contemporaneità viene brutalmente sfatato. I salari reali della classe più umile sono rimasti invariati dal 1979 (anno in cui si è registrato un “income” più equilibrato tra i ceti) al 2014, mentre quelli della classe media sono aumentati del 7%. I salari reali del 10% più ricco della popolazione sono invece esplosi del 25%: è intuitivo comprendere quanto sia estesa la forbice tra le classi. Se le retribuzioni sono il flusso di ricchezza, le disuguaglianze originatesi rappresentano lo stock di insicurezza e precarietà insito ormai all’interno della società americana, e non solo.

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Tra il gli anni Settanta e i primi anni Duemila la percentuale del reddito nazionale detenuta dal decile di popolazione più ricco in salita al 45-50% (Fonte: T. Piketty, Il capitale nel XXI secolo).

Basti pensare che, se la disuguaglianza oggi fosse rimasta ferma al 1979, oggi il 20% più povero degli americani si ritroverebbe 3200 dollari in più su base annuale.Tale somma tende a crescere sino alla fascia 80-99% più ricco che si ritroverebbe un plus di 17331 dollari, per poi invertire improvvisamente rotta relativamente all’1% più abbiente, entrato ormai grazie ad OXFAM nella critica economica: costoro si troverebbero ben 824000 dollari in meno all’anno. Si tratta di una somma a dir poco notevole e scioccante. Il quadro che si va a delineare è quello di una America dilaniata, persa in sé stessa, perché se è vero che economia e finanza vivono di mere serie numeriche, queste nascono esattamente per rappresentare oggettivamente una condizione soggettiva. Polarizzazione e precarietà della struttura si proiettano sulla sovrastruttura politica e durante le elezioni cercano una via d’uscita da quel soffocante neoliberismo travestito da turbo-globalizzazione, portato avanti senza democratica consultazione per decenni.

Dove vuole andare

Quella via d’uscita agli occhi dell’elettorato (specificatamente di quella classe media che ad oggi non è più la fetta più ampia della società USA) ha assunto il volto di Donald Trump. Molti commentatori, anche nostrani, sono rimasti sorpresi dall’immediato rimbalzo dei mercati: “Trump non rappresenterà la rivoluzione operaia”. La cosa, ad essere sinceri, era chiara sin dall’inizio. Non si è trattato della vittoria del proletario nei confronti del capitalista: Donald Trump è ciò che più si avvicina alla definizione di capitalista. Non è la lotta di classe che è stata combattuta, ma la lotta contro una certa visione del mondo e del “progresso”, quella deprecabile turbo-globalizzazione fatta ingoiare a forza dalle élite che ha lasciato indietro, non a caso, la classe medio-bassa. Trump è la discontinuità ma non per questo deve essere necessariamente un socialista. La promessa del nuovo presidente degli Stati Uniti è quella di creare 25 milioni di posti di lavoro nel prossimo decennio, con una crescita del PIL sempre pari o superiore al 3,5% annuale. Una delle principali leve sulla quale Trump conta è il forte e vigoroso taglio delle tasse, nonché una semplificazione del sistema tributario. Gli scaglioni di reddito saranno ridotti da 7 a 3: 12% per le famiglie sotto i 75000 dollari annui, 25% per quelle comprese tra 75000 dollari e 225000 dollari e 33% per quelle che dichiarano più di 225000 dollari (il reddito da considerare in caso di dichiarante single è la metà). L’idea del Presidente sarebbe poi quella di innalzare a 30000 dollari la deduzione base. Per quanto riguarda la “businnes tax”, imposta sulle imprese, essa sarà decurtata dal 35% attuale al 15% così come al 10% sarà posta la tassa sul rientro dei capitali, per favorire il ritorno in patria di imprese delocalizzatrici. Trump ha insistito su questi punti durante la campagna, sostenendo che la sua riforma garantirà un reale taglio delle tasse mentre quello ideato dalla Clinton avrebbe provocato un aumento, specie per la classe media. Se da una parte va presa in considerazione una riduzione delle entrate (oppure, Laffer docet, un aumento) dall’altra le uscite dovrebbero moltiplicarsi. Welfare e investimenti sono al centro di un piano che punta a creare e impiegare adeguatamente una ampia fetta della forza lavoro ad oggi non operativa o sottoccupata. Il Welfare vedrà un nuovo sistema sanitario, data la presunta abolizione dell’Obamacare, e un convinto sostegno alla scuola pubblica che latitava dal programma della Clinton, in parte tramite nuovi fondi e in parte grazie ad una riorganizzazione di quelli già stanziati.

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L’Obamacare, che Trump intende smantellare, è già sul punto di implodere. Molte compagnie assicurative hanno battuto in ritirata, facendo schizzare i premi assicurativi che tra il 2015 e il 2016 sono aumentati più del 20% in 11 stati.

Gli investimenti pubblici, invece, passeranno per un mastodontico piano di rinnovamento delle infrastrutture, da tempo uno dei talloni d’Achille dello zio Sam: la cifra esatta non è stata ancora comunicata ma non si tratterebbe di un qualcosa di trascurabile. Per quanto concerne il commercio, Trump è notoriamente più vicino al protezionismo che alla dissoluzione delle frontiere. In questa sfera, tra l’altro, la sua elezione ci tocca da vicino: ha promesso di bloccare e uccidere di fatto il TTIP, già osteggiato da mezza Europa (e velatamente sostituito dal CETA). Anche il NAFTA, tra i trattati, verrà ridiscusso e non si escludono dazi sui beni cinesi, chiodo fisso del repubblicano, nel caso in cui sia comprovato il danno perpetrato nei confronti delle imprese statunitensi. Trump, in particolare, condanna le svalutazioni competitive della Repubblica Cinese e promette di istituire una commissione adibita al controllo della (non più così) nuova superpotenza esportatrice, coinvolgendo anche il WTO. Non si può infine dimenticare il piano per l’energia: negazionista del surriscaldamento globale, Trump punterà forte sul carbone, promettendo la creazione di 500000 posti di lavoro ogni anno in quel settore, destinato a contribuire all’ambita autosufficienza energetica. La direzione di Trump è perciò chiara: una nazione che cercherà di farsi gli affari suoi, intenta a riordinare e risolvere i problemi interni e priva dell’ipocrisia che impregnava le politiche dei suoi predecessori. Keynesiano quando ruba idee alla sinistra (non è casuale l’apertura di Sanders) e liberista dove il suo essere imprenditore miliardario emerge di prepotenza. All’apparenza il pugno di ferro e la volontà di far “tornare l’America grande” ci sono, attraverso politiche d’altri tempi che non proibiscono a molti di far scendere una lacrima di commozione. Dov’è il trucco? Il piano-Trump comporta enormi costi e per l’attuale legge americana, pseudo Fiscal Compact, non si possono istituire nuove spese se non vi sono coperture adeguate e precedentemente indicate. Si ricorderanno tutti il dramma del Fiscal Cliff (baratro fiscale) che incorre ogni qualvolta il debito americano tocca una certa cifra: senza accordi vi è lo shutdown di varie voci di spesa, con tagli lineari. Trump dovrà quindi vincere una battaglia, subito e prima di tutte le altre: quella sull’austerità. Un problema che anche noi, in particolare i terremotati umbri, conosciamo molto (anche troppo) bene.