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«Non abbiamo bisogno di una democrazia rettificata ma di una nuova aristocrazia che sappia imporre a se stessa e agli altri il clima puro e rigoroso che porrà fine alla corruzione» (Gustave Thibon, Ritorno al Reale).

There is something rotten in America. C’è qualcosa di marcio in America. E non è da ricercarsi alla Trump Tower, o presto alla Casa Bianca, bensì nelle scuole della Ivy League: Columbia, Harvard, Yale. Enclaves per pochi eletti, assoggettate a un politicamente corretto che scorge fobie ovunque (vedasi l’ossessione contro la xenofoba domanda “da dove vieni?”), i templi dell’intellighenzia americana si sono rivoltati contro l’elezione di Trump a presidente degli Stati Uniti. Alcuni professori hanno persino deciso di cancellare gli esami nei giorni successivi alle elezioni per venire incontro al trauma subito dagli studenti, sconvolti e devastati dalla vittoria di un candidato unfit, inappropriato, perché non conforme agli standard di un certo establishment liberal, perbenista, cosmopolita e visceralmente progressista. La reazione isterica dei pupilli delle grandi schools cristallizza tutte le ragioni della sconfitta della Clinton e dell’establishment che quest’ultima rappresenta.

“Una gruppo di miserabili”. Così Hillary Clinton ha definito i supporters di Trump durante la campagna elettorale

Primo, l’assoluta certezza della vittoria, nella convinzione che la ragionevolezza dell’elettorato americano rispettabile avrebbe prevalso sui sentimenti di pancia dei deplorables, i “miserabili” simpatizzanti di Trump (l’aggettivo è di Hillary). Secondo, l’attitudine tutta centrata sui diritti (prima i propri, poi quelli delle minoranze, vere o presunte tali) e mai sui doveri. È legittimo chiedersi che credibilità possa avere la futura élite partorita da Harvard & co., che piagnucola invece di adempiere al proprio privilegiato dovere di stato (studiare e passare gli esami), agli occhi di chi invece il proprio dovere lo deve compiere indipendentemente da Trump o non Trump, a partire da tutti gli operai che la mattina dopo elezioni si sono alzati per andare in fabbrica. Terzo, il divario mostruoso tra la concezione che il suddetto establishment ha di sé e del mondo e le aspettative dell’elettorato “ordinario”. Divario che non è tanto legato alle differenze di classe sociale, reddito e patrimonio, quanto ad una percezione divergente sulla realtà politica nazionale. Trump, infatti, non ha vinto perché avulso da qualsiasi legame con l’establishment. Al contrario, Trump sguazza nel mondo del grande business e dell’alta finanza praticamente da quando è venuto a questo mondo, e la sua squadra di governo non sarà da meno (si vedano i nomi che circolano per la nomina a Segretario del Tesoro, tra cui figurano Steve Mnuchin, ex Goldman Sachs, e Wilbur Ross, una carriera nel private equity).

Le reazioni isteriche degli studenti della Columbia la notte della vittoria di Donald Trump

Trump ha vinto perché ha saputo cogliere la radice del malessere dell’elettorato americano, che Samuel Huntington identificava nella denazionalizzazione delle élites. Già in uno scritto del 2004 (Dead Souls: The Denationalization of the American Elite), ripreso dal giornalista Mattia Ferraresi nel suo saggio “La Febbre di Trump”, il politologo americano di stanza ad Harvard notava la frattura venutasi a creare tra elettorato statunitense ed élite in merito alle questioni legate all’identità nazionale. Il grande pubblico, scriveva Huntington, si preoccupa della sicurezza e della stabilità sociale, che sono intimamente legate alla sopravvivenza dei modelli culturali esistenti, scossi dalle forze dirompenti della globalizzazione. Per le élites partecipanti al grande gioco dell’economia globale, la questione identitaria è invece secondaria rispetto agli interessi legati all’espansione degli scambi commerciali, alla libera circolazione di capitali e di persone, alla diffusione di generici “valori” transnazionali che dicono poco o nulla all’ordinario cittadino animato da un legittimo patriottismo. La linea di faglia non corre tra establishment e anti-establishment, tra élite e anti-élite, giacché le élites sono sempre esistite e sempre esisteranno. La linea di faglia, secondo Huntington, corre tra nazionalismo e cosmopolitismo, tra chi vede nei confini, fisici e culturali, una precondizione per la stabilità sociale, nazionale e internazionale, e chi invece, cittadino del mondo, vede nei confini e nell’interesse nazionale un limite arbitrario alle proprie opportunità.

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Un’antologia di scritti edita dal Circolo Proudhon sul tema – consunto e annacquato dalla retorica democratica – delle élite e dei rapporti tra governanti e governati.

Il cuore del problema sta dunque nella distanza che le élites decidono di porre tra il proprio destino e quello della comunità politica nazionale di cui pretendono farsi portavoce. Un’élite che decide di sfruttare al massimo le opportunità offerte da una società globale aperta, dove flessibilità e mobilità sono una manna per gli high skilled workers e una spada di Damocle per quelli low skilled, apre un divario profondissimo con chi dalla globalizzazione è oggettivamente minacciato. Il trumpismo lo ha colto, così come ha colto che la pretesa da parte dell’elettorato di un establishment più prossimo all’interesse nazionale è ben più realistica, dunque più stringente, dell’utopia cosmopolita di una super-comunità globale, sponsorizzata da Soros e dai suoi amici, in cui tutti possano godere dei pretesi vantaggi della open society. Le élites europee sono avvertite.