C’è troppa finanza nell’economia. Lo afferma non qualche sito cospirazionista gridante al complotto giudaico-plutocratico-massonico, ma Martin Wolf, conosciutissimo economista e giornalista britannico, habitué del Forum Economico Mondiale di Davos nonché dei meeting annuali del Gruppo Bilderberg. In un articolo apparso la scorsa settimana sul Financial Times (traduzione italiana a cura de IlSole24Ore, vedi: http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2015-05-27/houston-abbiamo-problema-c-e-troppa-finanza-nell-economia-105542.shtml?uuid=AB6pVRnD&p=2), Wolf si chiede se non sia forse il caso di riconsiderare ruolo, dimensione e peso del settore finanziario nell’attuale compagine economica. I dati e gli scandali che ripetutamente si abbattono su Wall Street e dintorni farebbero propendere per una risposta affermativa. Si pensi alla disputa sui cambi e sul tasso Libor, per cui cinque grandi banche (JP Morgan, Citigroup, Barclays, Royal Bank of Scotland e Ubs)  si sono viste recapitare, una decina di giorni fa, un’ammenda da 5.6 miliardi di dollari da versare alle autorità britanniche e statunitensi. Sanzione che va ad aggiungersi ai 139 miliardi di dollari in multe già pagate da varie istituzioni finanziarie alla vigilanza americana durante il solo biennio 2012-2014. Penali che, tuttavia, non sembrano né scalfire più di tanto la performance delle istituzioni coinvolte né dissuadere le banche dal compromettersi in attività non proprio esemplari. Il divario tra la dimensione del settore finanziario e i corrispondenti profitti, misurati entrambi come percentuali del Pil americano (rispettivamente 7% e 29% tra 1998 e 2014), alimenta il sospetto che la problematicità della finanza sia ben più che un’ossessione da movimento antagonista. Wolf, rifacendosi agli studi di Zingales, noto economista bocconiano trapiantato a Chicago, liberista incallito e fautore di un capitalismo “per la gente” (A Capitalism for the People, 2012), non esita a parlare di rendite monopolistiche, improduttive e dannose per quella parte di economia che, invece, produce.

Danni che si concretizzano tanto direttamente, come nel caso di una crisi seguita ad un eccesso di credito, quanto indirettamente, venendo meno la fiducia popolare in un mondo giudicato corresponsabile dell’instabilità economica eppure, de facto,impunito. Sostiene Zingales che sono proprio tali danni indiretti ad innescare un circolo vizioso che porta le istituzioni finanziarie, invise al popolo, a cercare favori nei salotti del potere politico, tramite una capillare rete di gruppi di pressione. Ma, essendo il lobbying un’attività dispendiosa, solo quelle che godono delle maggiori rendite (ovvero quelle con più possibilità di far danni su larga scala) sono in grado di accaparrarsi trattamenti di privilegio, fomentando ulteriormente la legittima indignazione popolare. Come risolvere tali funesti meccanismi distortivi? Zingales propone una triplice ricetta: moralità per far ripartire la fiducia (in genere non sorvegliamo i medici perché ci fidiamo di loro, lo stesso dovremmo fare coi finanzieri – Wolf dixit); limitare gli incentivi all’espansione finanziaria; liberarsi delle istituzioni troppo grandi per fallire (too big to fail), che godono di impliciti sussidi pubblici (esplicitati durante la crisi) e che per loro stessa natura non possono finire in prigione. Wolf arriva addirittura ad ipotizzare la trasformazione dei classici contratti di debito a lungo termine in contratti basati sulla condivisione del rischio, al fine di evitare l’accumularsi di insostenibili squilibri tra le parti. La ricetta firmata Wolf-Zingales si propone, così, di restituirci una finanza migliore, forse a dimensione ridotta, meno incline alla crisi. Cosa pensare?

Che la finanza sia troppa e che i suoi eccessi ricadano negativamente sui non addetti ai lavori è un’evidenza talmente lapalissiana da rendere le argomentazioni sopracitate un trionfo dell’ovvietà. Ma si sa, gli economisti, cui fa orrore l’utilizzo del buon senso, sono bravissimi a formulare la soluzione giusta ex post. Che si possa, poi, costruire un legame di fiducia tra grandi finanzieri e gente comune è una prospettiva se non utopistica, perlomeno non supportata da precedenti storici (quando mai tra popolo e grandi banche è corso buon sangue?). Un’eccezione potrebbe essere rappresentata dal credito popolare-cooperativo che, tuttavia, non avendo mai goduto di particolare fortuna nel mondo anglosassone, sta perdendo terreno anche laddove ha giocato un ruolo importante nell’ultimo secolo. Si pensi all’Italia e al contestato decreto legge del governo Renzi in merito, che prelude ad un ulteriore processo di accentramento di capitali piuttosto che ad un decentramento, come auspicato da Wolf e Zingales. Inoltre, la tendenza delle istituzioni finanziarie ad assumere rischi eccessivi, risultante in una connaturata propensione alla crisi, esiste da quando esistono la finanza moderna e i mercati finanziari. Come argomenta uno studio dell’Economist, la finanza non è semplicemente incline, ma è plasmata dalle crisi da tre, quattro secoli a questa parte (per approfondire: http://www.economist.com/news/essays/21600451-finance-not-merely-prone-crises-it-shaped-them-five-historical-crises-show-how-aspects-today-s-fina). In altre parole, il problema non è contingente, ma strutturale. Ecco perché la regolamentazione finanziaria non è risolutoria, anzi. Quanto alla (buona) idea di fondare i contratti di debito sulla condivisione del rischio e non su un interesse prefissato, risale almeno a San Tommaso. Buongiorno, economisti.