Grazie alle manovre di politica monetaria guidate da Mario Draghi e ad un contesto internazionale di prezzi bassi sul petrolio, il trend economico è mutato. Ma l’Italia stenta a ripartire, infatti i salari diminuiscono anziché aumentare come invece accade ai principali partners europei quali Gran Bretagna e finanche la Francia. Le politiche sul lato della domanda quali gli 80 euro in busta paga sono state implementate male come dicevamo già da tempo. Questo accade perché il bonus Irpef non ha avuto finalità di stabilità macroeconomica quale un aumento della propensione al consumo, cioè alla capacità di spendere da parte delle famiglie. Ha invece alimentato scopi elettoralistici con il risultato che alcune persone (circa 200 mila) non otterranno più il bonus in busta paga. Il governo, con questo tipo di leggi, ha contribuito ad alimentare incertezza che fa male per l’aumento dei consumi.

Sul lato dell’offerta, il Job Act ha accentuato le politiche di deflazione salariale, ma non ha avuto effetti significativi sulla produttività perché il contratto nazionale di lavoro non viene intaccato a favore dei contratti decentralizzati accompagnati da un’introduzione del salario minimo garantito (che non è il reddito di cittadinanza proposto dal M5S). A differenza dei nostri cugini d’Oltralpe, la riforma del mercato del lavoro non sembra aver scosso i principali sindacati italiani poco preoccupati a quanto pare dei mancati aumenti occupazionali. E anche qui a parlare non sono i dati mensili (altamente variabili) ma i risultati: l’ombra della disoccupazione continua a non distaccarsi dalla penisola, nonostante un trend che rispetto al periodo 2011-2014 pare essersi invertito. Un ruolo artificiale hanno giocato le generose decontribuzioni (fino a 14 miliardi) le quali però non sono eterne.

Anche sul fronte della pubblica amministrazione lasciano perplesse le riforme renziane. Perché se da un lato aumenta il conflitto pubblico-privato (il Job Act viene applicato solo ai secondi) d’altra parte viene tolto con la Riforma Madia il controllo della Corte dei Conti dalle società partecipate affidandolo al giudice ordinario, competente per l’appunto della violazione dei diritti soggettivi e non degli interessi legittimi. Altro grande tema che è stato toccato nella campagna elettorale per le amministrative di vari comuni italiani in questi giorni, è quello sulla sicurezza. Su questo punto il governo Renzi e in linea più generale i governi di sinistra sono sempre stati, con rare eccezioni come quella della stagione roosveltiana, poco convincenti.

Ma il fatto stesso di essere di sinistra, in Italia, è una tragedia; lo è almeno dal 1876, cioè da quando per la prima volta la sinistra storica si affacciò sulla scena del governo sfasciando in vent’anni quello che la destra risorgimentale aveva realizzato nel quindicennio precedente. La storia si è ripetuta durante gli anni dell’immediato primo dopoguerra: il pericolo di una nuova rivoluzione d’ottobre spaventò Giolitti al punto tale di affidarsi ad un giovane e intraprendente direttore di giornali. E venne la marcia su Roma. Poi negli anni più neri (o rossi, a seconda dei punti di vista) del consociativismo, con l’inflazione a doppia cifra, la strategia della tensione e il compromesso storico, dossettiani morotei e berligueriani si sono giocati molto di se stessi e dell’Italia degli anni ’70. Lo sbocco non poteva che essere una sorta di restauratio imperii, favorita dal cambio di alleanze in Parlamento e dalla stagione del CAF. Il sistema della Prima Repubblica pur con tutti i suoi problemi seppe reggere alla sua estinzione, prolungando l’azione di governo fino all’anno della fatidica e radicale svolta che ha chiuso la stagione del proporzionalismo e del primato della politica. Il 1992 segna la crisi politica definitiva dei partiti, l’inizio di Tangentopoli da un lato, ma anche la prima crisi finanziaria con l’uscita dell’Italia dallo Sme; la seconda sarebbe arrivata solo 19 anni dopo, nel 2011: un’altra crisi di partite correnti con la variante che in quest’ultimo caso da parte della politica nazionale non ci poteva essere alcun tipo di risposta per affrontarla, perché la politica monetaria era già stata ceduta. E non a Francoforte, ma a Berlino

E arriviamo a oggi, alle riforme che voucherizzano il mercato del lavoro all’interno di un sistema europeo pensato senza assicurazioni e solidarietà. Queste politiche hanno gravato il bilancio statale e sono state fino ad ora poco efficaci. Anche perché non è il cambiamento di tipologia contrattuale a poter riassorbire in totale solitudine il grave problema economico che il governo attuale sta affrontando Da ultimo, le riforme istituzionali che hanno come obiettivo quello di scompaginare l’assetto costituzionale italiano, per legare il potere legislativo a quello esecutivo, senza più una netta divisione delle funzioni. Tradendo così la tradizione iper-proporzionalista e monocamerale del fu PCI, ma anche tutti i cittadini che non saranno più tali, ma solo elettori di leader peronisti totalmente asserviti, a loro volta, ai dettami di una confederazione, quella dell’Europa attuale, che vede al suo epicentro l’élite teutonica. E anche questo è l’ennesimo errore della sinistra, di Mitterrand e di Prodi, padri miopi della moneta unica. George Orwell diceva che i pensatori della politica spesso si dividono in due categorie: gli utopisti con la testa fra le nuvole e i realisti con i piedi nel fango. Difficilmente si è trovato un politico di sinistra che sapesse cosa fosse il fango.