Con gli importantissimi passi avanti degli ultimi giorni, l’Europa è più vicina all’introduzione di una Tobin Tax, tassa sulle transazioni finanziarie che prende il nome dal suo ideatore, l’economista James Tobin. Non si può però parlare di una vera e propria tassa europea. Quella di cui si sta discutendo ormai da tempo ai tavoli dell’Eurogruppo è un’iniziativa che coinvolge soltanto 10 Paesi dell’Eurozona: Germania, Francia, Italia, Spagna, Austria, Portogallo, Grecia, Slovacchia, Slovenia, Belgio. L’Estonia si è defilata, gli altri Paesi europei non sono mai stati della partita, fin da quando nel 2011 arrivò da Bruxelles la proposta della Commissione per una tassa sulle transazioni finanziarie.

La strada che si è scelto di seguire è quella della “cooperazione rafforzata”, una particolare procedura decisionale che può avere luogo solo con la partecipazione di almeno nove Stati membri dell’Unione. Il buon esito dell’operazione è dunque appeso a un filo, perché è estremamente difficile raggiungere un accordo che soddisfi appieno tutti i Paesi coinvolti, alcuni dei quali sembrano sul punto di abbandonare le trattative. Belgio e Slovacchia hanno ottenuto che si proceda ad una preventiva analisi dell’impatto sull’economia reale o su investimenti rilevanti, quali i fondi pensione. Il rischio che la discussione finisca su un binario morto è molto alto. Ad ogni modo, come ha detto il ministro Padoan, c’è un accordo di massima sui principi generali e sui criteri di fissazione delle aliquote. Un gruppo di tecnici si occuperà di redigere una prima bozza e la decisione finale dovrebbe arrivare entro la fine dell’anno. Ma quella della Tobin Tax è una faccenda annosa. Inizia nel 1972, quando James Tobin formula la sua proposta di una tassa sulle transazioni finanziarie.

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James Tobin, economista di scuola keynesiana, fu professore all’Università di Yale e consigliere di John F. Kennedy

Secondo il professor Tobin, a lungo docente presso l’Università di Yale e premio Nobel nel 1981, questa forma di tassazione doveva servire a stabilizzare i mercati finanziari, colpendo le speculazioni a breve attraverso un’aliquota piuttosto bassa perché compresa tra lo 0,05% e l’1%. A garantire un incasso considerevole sarebbe il volume degli scambi. Nella proposta originaria, l’imposta avrebbe dovuto assicurare un introito di circa 166 miliardi di dollari. La cifra sembrerebbe dover fugare ogni perplessità: dei ricavi si gioverebbe la comunità internazionale, che potrebbe investirli in progetti di sviluppo e lotta contro le disuguaglianze economiche, considerando anche che si tratterebbe di una somma pari al doppio di quanto necessario per sconfiggere la povertà estrema nel mondo.

Fin dal principio, invece, l’idea di Tobin si è scontrata con una serie di problemi e critiche. Anzitutto perché una Tobin Tax funzionerebbe solo se applicata a livello globale, e non nei singoli paesi. In caso contrario, infatti, nulla impedirebbe agli investitori di trasferire i capitali in un Paese che invece non la prevede (chiamasi libero mercato finanziario, bellezza!). Chi si oppone sostiene che in realtà le entrate fiscali ottenute attraverso la Tobin sarebbero molto inferiori a quanto preventivato, per l’idea molto semplice che l’imposizione fiscale rende più costose le transazioni, il numero delle quali si riduce. Con la conseguenza ulteriore che i mercati diventano meno liquidi e il loro funzionamento ne è ostacolato. Peraltro i precedenti storici di applicazione della tassa non aiutano a convincere gli scettici.

La Svezia introdusse la Tobin Tax “pura” nel 1984, applicando alle operazioni di acquisto e vendita sui mercati azionari un’aliquota dello 0,5%, raddoppiata nel 1986. Dal 1989 la tassa venne estesa anche ai titoli obbligazionari. Andò a finire che accadde esattamente quel che temevano gli oppositori: il volume degli scambi crollò e le entrate furono inferiori del 75% a quanto era atteso. La Svezia accantonò la Tobin Tax a fine ’91. L’imposta può comunque essere efficace e funzionare correttamente se si tiene conto di alcuni importanti accorgimenti. E’ fondamentale che la tassa colpisca le transazioni intermedie e non soltanto quelle a fine periodo, per evitare che le sfugga il cosiddetto high frequency trading (HFT). Si tratta di una modalità di intervento sui mercati basata su transazioni ad altra frequenza, la cui brevissima durata ha lo scopo di lucrare sui variazioni minime di prezzo (addirittura pochi centesimi), e che ovviamente funziona solo con una gran numero di transazioni giornaliere. In certi casi l’high frequency trading arriva a costituire la maggior parte del corpo delle transazioni di borsa. La natura speculativa e il rischio di destabilizzazione sono del tutto evidenti.

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Il trading ad alta frequenza è responsabile di improvvisi e immotivati crolli del mercato borsistico, come quello avvenuto il 6 maggio 2010.

L’intento originario di James Tobin era proprio quello di contrastare la proliferazione delle speculazioni valutarie a breve termine. Lo stesso Tobin ebbe modo di precisare che era questo lo scopo fondamentale della sua proposta, rimarcando la propria distanza dai movimenti no-global, che avevano inserito la tassa sulla speculazione finanziaria tra gli obiettivi della loro azione politica. “Abusano del mio nome” affermò l’economista in un’intervista rilasciata a Der Spiegel nel settembre del 2001, pochi mesi prima di morire. In quell’occasione Tobin ribadì la propria convinta adesione ai principi del libero mercato e la sua opinione positiva circa il ruolo che Fondo Monetario, Banca Mondiale e WTO avrebbero svolto per lo sviluppo economico. Così si esprimeva Tobin:

Io avevo proposto di conferire il ricavato alla Banca Mondiale. Ma non era questo il mio obiettivo. L’imposta sugli scambi internazionali doveva servire per diminuire le fluttuazioni dei tassi di cambio. L’idea è piuttosto semplice: ad ogni cambio da una valuta ad un’altra, si preleverebbe una piccola tassa, diciamo mezzo punto percentuale del montante. Quindi, si scoraggerebbero gli speculatori, perché molti investitori piazzano a brevissimo termine i loro soldi nelle valute”.

E ancora, spiegando l’origine della sua proposta:

“Io sono un discepolo di Keynes, e lui propose già allora un’imposta sul profitto nel capitolo 12 della sua famosa “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” per legare più durevolmente gli investitori alle loro azioni di borsa. Io ho trasferito questa idea ai mercati delle valute nel 1971. All’epoca, gli Stati Uniti avevano detto addio al sistema di cambi stabili di Bretton-Woods. Nel frattempo, le prime operazioni con la moneta elettronica promettevano un aumento enorme del numero di operazioni fatte con il computer. Volevo rallentare questo processo, così che si speculasse di meno ed i corsi del cambio non fluttuassero così tanto. Oggi, quando ogni essere umano può giocare in borsa in ogni momento grazie al suo PC di casa, questo problema è ancora più grosso”.

Le difficoltà più grandi all’introduzione della Tobin Tax erano ben chiare allo stesso ideatore, che individuava l’ostacolo principale nella scarsa convinzione dei governanti, poco propensi a gravare il settore della finanza con una nuova tassa. Oggi i tempi sono maturi per un deciso cambio di rotta? Negli anni varie forme e modelli di Tobin Tax sono state introdotte nel mondo, inclusa l’Italia. Se l’Europa, pur con tutte le complessità di cui si è dato atto, dovesse riuscire a fare il grande passo, si tratterebbe di un risultato notevolissimo, per quanto limitato ai soli Paesi coinvolti nella cooperazione. Da un lato si tratterebbe di una vera presa di posizione contro la speculazione, dopo tante parole al vento. Dall’altro, la Tobin Tax permetterebbe di ottenere importanti risorse da destinate a sempre più urgenti interventi sociali. L’Europa ha l’occasione per dimostrare di servire a qualcosa.