“I cittadini possono stare tranquilli. Le tasse non aumenteranno”. Questo è quanto ha affermato poche settimane fa il Premier Matteo Renzi all’approvazione del Documento di economia e finanza.  D’altra parte il Governo ha anche alzato le stime di crescita del Pil, prevedendo un +0.7% nel 2015, accelerando nuovamente nel 2016 a +1,4%. Queste stime sono correlate al rinvio del pareggio di bilancio che viene posticipato al 2018. Sulla carta sembrerebbero valori speranzosi, ma le parole del nostro Primo Ministro presentano un’abbondante dose di demagogia. Perché, anche se le tasse non dovessero aumentare (ipotesi remota), prendendo come riferimento esclusivamente il 2014, ovvero l’anno del Governo Renzi, si nota che la pressione fiscale è – indirettamente- aumentata. E se anche quest’anno la stessa pressione fiscale non aumentasse, ovvero rimanesse stabile al 43.5%, ciò non vuol dire che si abbasserà. Ma questo è solo una parte del problema. L’altro aspetto è l’annunciato taglio di spesa pubblica, un impegno che il Governo italiano si è preso con la Commissione Europea. Il risultato sarà – e non è difficile prevederlo- un altro anno in recessione, con una variazione infinitesimale del tasso di disoccupazione in termini reali. Sopratutto forse capiremo meglio cosa vorrà fare questo Governo in termini di politica economica. Nel senso che non sembra aver dato risposte significative sia sul piano delle riforme fiscali, sia sul piano della ristrutturazione di un welfare ammaccato e che ha evidenti difficoltà ad assorbire la crisi sociale. Ci si chiede, ad ogni modo, quali siano le priorità: far ripartire l’economia con shock fiscali espansivi, oppure pensare che il lavoro si crei con decreto legge e che il problema dell’Italia sia la “governabilità”, la cui assenza è il frutto avvelenato del troppo potere parlamentare?

Ad ogni modo se niente si farà in questo senso, oltre al mantenimento dell’attuale livello di tassazione, lo Stato dovrà porsi il problema delle clausole di salvaguardia che scatteranno nel 2016; questo implicherebbe manovre correttive che potrebbero anticipare lo stesso pareggio del bilancio. Ma non solo: il Governo ha individuato nel Def uno spazio di manovra di 1,6 miliardi. Come premessa a questo “tesoretto” ricordiamo che la spesa per interessi sul nostro debito si è abbassata grazie agli effetti della politica monetaria della Banca Centrale Europea. Ora il famoso tesoretto da 1,6 miliardi, oltre a farci capire quanto in realtà sia risibile l’attuale politica economica a livello fiscale, se fosse utilizzato come programma selettivo (esattamente come gli 80 euro), sarebbe una tragedia che alimenterebbe la trappola della povertà. Il contrasto a quest’ultima non può avvenire con la destinazione di bonus selettivi a determinate fasce di popolazione, in un bilancio pubblico abbastanza critico anche dal punto di vista delle coperture

Tesoretto o non tesoretto, programmi economici così risibili e con un respiro così poco universale non avranno alcun effetto sul benessere di questo paese. Bisognerebbe iniziare a parlare di salario minimo garantito, di reddito di partecipazione, ma sopratutto di trasferimenti di natura reale e non monetaria (a quello ci dovrebbero in teoria pensare le banche). Invece stiamo parlando di manovre elettorali legate alla conservazione al potere da parte del Primo Ministro italiano. I numeri del Def dimostrano che la pressione fiscale non diminuirà e che se non la si vorrà aumentare, il Governo dovrà procedere con tagli di spesa pubblica per oltre 10 miliardi. Tagli di spesa che produrranno ulteriore recessione, sopratutto a livello di enti locali. Il linguaggio di Renzi non è nuovo: parole come stagnazione e recessione ricorrono spesso se non in bocca al Primo Ministro, perlomeno nel linguaggio di ciò che sta facendo con gli attuali provvedimenti, dove la priorità con le elezioni regionali alle porte sembra essere quella elettorale e non quella economica.