La storia dell’uomo avanza inesorabile e in capo ai posteri vi è l’ardua sentenza, il dovere di giudicare, ricordare, archiviare. È indubbio che il periodo al quale è stato attribuito l’epiteto di “buco nero” del XX secolo sia l’ascesa del nazismo con il conseguente devastante impatto della seconda guerra mondiale. I totalitarismi, la corsa agli armamenti e la mancanza di ogni minima connotazione democratica riportarono i popoli in un’arcaica condizione civile. Il regresso si era affacciato all’interno della storia umana, alienando le nazioni di tutta una serie di conquiste pagate con secoli di sanguinarie battaglie. Al termine del conflitto mondiale, quindi, il dito venne puntato verso il regime nazista e il suo principale esponente, Adolf Hitler, considerato il principale colpevole della strage appena compiuta. Ogni scoperta, ogni decisione politica, ogni azione e ogni parola fuoriuscita dal suo, omericamente detto, recinto dei denti furono classificate come criminali e, per questo, demonizzate. Tale tendenza è assiomatica, anche se rischia di far cadere nell’oblio alcuni particolari dell’esistenza nazista che potrebbero essere traslate nel 2016 e sortire felici effetti nella vita delle democrazie europee. Così come gli scienziati nazisti, seppur co-responsabili dei crimini della Germania Hitleriana, furono spartiti da Unione Sovietica e Stati Uniti per conservarne il sapere accumulato, la politica economica della nazione vissuta all’ombra della svastica fu miracolosa e per questo degna di nota e di studio.

A pensarlo non sono filo-nazisti quanto, tra gli altri, John K. Galbraith, noto e stimato economista nonché professore universitario statunitense, deceduto nel 2006. Nel suo fortunato saggio “Storia dell’economia”, il prof dedica diversi spazi alla politica economica tedesca degli anni ’30, parole che, stando ai libri di storia, ci appaiono del tutto nuove. “Ci furono keynesiani già molto tempo prima di Keynes. Uno di essi fu Adolf Hitler”, dice Galbraith, “nell’assumere il cancellierato nel 1933, senza lasciarsi impacciare da alcuna teoria economica, varò un grande programma di opere pubbliche, di cui l’esempio più vistoso furono le Autobahnen (autostrade)”. Parole prive di ogni mero pregiudizio storico ci riportano un Fuhrer dalla virtuosa capacità in materia di economia politica. È necessario rimembrare il contesto della Deutschland di allora: l’iperinflazione della Repubblica di Weimar, le soffocanti condizioni del Trattato di Versailles e il blocco dell’erogazione di fondi da parte degli USA, messi in ginocchio dal crollo del ’29, rendevano a dir poco complicata la rincorsa al benessere teutonico. Premettendo in fatto che siano passati circa ottant’anni, il pensiero di allora risulta essere diametralmente opposto a quello di oggi e ne è la prova la seguente citazione dell’economista: “Il finanziamento per disavanzo era dato per scontato”. Lapidaria, tale affermazione fa comprendere ai posteri come nulla debba essere dato per scontato, come le strategie per risollevarsi dalle crisi siano tra le più disparate, come nessuno abbia la verità in tasca. È obbligo morale, però, dare a Cesare quel che è di Cesare: la leva della spesa pubblica nella Germania nazista produsse una serie di risultati clamorosamente positivi. “Nel 1936 la disoccupazione, che aveva avuto un’influenza grandissima nel portare Hitler al potere, era stata sostanzialmente eliminata” è un dato indubbiamente caduto nell’oblio, che Galbraith riporta oggettivamente alla luce. Come diceva Doc Brown in “Ritorno al Futuro”, è necessario pensare quadrimensionalmente, traslare tali politiche economiche e visualizzarle nell’attuale grave crisi di domanda peggiorata da una permanente stag-deflazione. A tacere ogni dubbio, Galbraith ricorda che “Le spese per opere pubbliche furono seguite solo molto tempo dopo dalle spese per gli armamenti”: non è possibile chiamare in causa, stavolta, i preparativi per la devastante guerra. “I conservatori inglesi e americani guardavano le eresie finanziarie di Hitler, l’indebitamento e la spesa, e all’unisono predissero il fallimento. I progressisti americani e i socialisti inglesi guardavano la repressione, la distruzione dei sindacati, le Camice Brune, le Camice Nere, i campi di concentramento, con isterica retorica, ignorando l’economia. Credevano che nulla di buono, nemmeno la piena occupazione, potesse provenire da Hitler”, rilancia lo statunitense in “L’età dell’incertezza”. Imprescindibile per una chiara e limpida visione è l’alienazione, l’astrazione, dell’economia nazista dal nazismo stesso.

I risultati del piano economico tedesco sono altresì immortalati nel saggio “Hitler’s Social Revolution” dello storico statunitense David Schoenbaum: “Per la grande massa dei tedeschi, i salari e le condizioni di lavoro migliorarono costantemente. Dal 1932 an 1938 i redditi settimanali lordi aumentarono del 21%. Dopo aver preso in considerazione ritenute fiscali e assicurative e adeguamenti al costo della vita, l’aumento reale del reddito settimanale durante questo periodo era del 14%. Allo stesso tempo, gli affitti rimasero stabili e ci fu un relativo calo dei costi di riscaldamento e di illuminazione. I prezzi invece scesero per alcune merci al consumo, come apparecchiature elettriche, sveglie e orologi, nonché alcuni prodotti alimentari”. Si tratta solo di uno stralcio di una serie di successi interni firmati Adolf Hitler, riportati in diversi e numerosi documenti pubblicati nella seconda metà del XX secolo in Stati Uniti ed Europa. Tornando a Galbraith, “La Germania, verso la fine degli anni 30, aveva raggiunto la piena occupazione a prezzi stabili. Nel mondo industriale fu un successo assolutamente unico”: tutt’oggi lo è. Tali dichiarazioni dimenticate dalla storia non possono che danneggiare l’accumulo di esperienza a livello di politica economica che tanto gioverebbe in un 2016 quanto mai contraddittorio e fiacco, dove austerità, libero mercato e assoluta inesistenza dell’intervento statale regnano sovrani. “È orribile vedere la povertà del nostro popolo! Assieme ai milioni di operai delle industrie disoccupati e affamati, c’è anche l’impoverimento dell’intera classe media e dei piccoli imprenditori. Se questo crollo alla fine toccherà anche gli agricoltori tedeschi, dovremo far fronte ad una catastrofe di una dimensione incalcolabile”. L’autore di tale discorso? Adolf Hitler, che effettivamente combatté i drammi di una devastata economia tedesca e dal quale, paradossalmente, non farebbe male prendere esempio vista la prosperità che il suo governo riuscì a portare nella vita dei cittadini: questo non comporta affatto un’amnistia nei suoi confronti, quanto il manifesto contro un’ipocrisia che rischia di non far prendere nemmeno in considerazione un positivo esperimento economico in stampo keynesiano.