La terra appartiene sempre meno a chi la coltiva. E’ la sintesi inquietante del rapporto “Custodi della terra, difensori del nostro futuro” appena pubblicato da Oxfam. La voracità con cui la società contemporanea consuma cibo e biocarburanti sta attirando sulle terre fertili le mire di investitori e speculatori internazionali, che non hanno scrupoli nel cacciare le popolazioni indigene e le comunità locali dai luoghi che abitano. E’ l’altra faccia della globalizzazione, quella dell’ingiustizia silenziosa, che uccide privando un popolo della sua casa, delle sue tradizioni e della sua storia. Oltre la metà delle terre emerse è la patria di popolazioni indigeni che da sempre vi hanno trovato un ambiente naturale accogliente, da cui traggono il necessario per la propria sussistenza. Nella maggior parte dei casi, però, gli abitanti non ne sono proprietari in senso giuridico, e questo apre la strada a depredazioni, occupazioni, espropriazioni: uno sfratto si trasforma in un vero e proprio esilio. Secondo Oxfam, il 90% dell’Africa costituisce “terra non documentata”. Questo significa che l’accesso alla terra per le popolazioni locali non si fonda su una normativa chiara o su contratti scritti, ma su consuetudini e accordi informali, e lì dove regna l’incertezza del diritto sono proprio i più deboli a soccombere.

Il fatto che tali diritti non vengano riconosciuti dalle norme giuridiche dei vari Paesi comporta che le popolazioni locali finiscono per ritrovarsi dalla parte sbagliata della legge, di fronte alla quale di fatto non esistono se non come occupanti abusivi. Non possono far valere le proprie ragioni nei tribunali e nemmeno possono fare affidamento su risorse economiche che permettano loro di fronteggiare le grandi industrie dell’agro-alimentare e del settore estrattivo. Come Davide contro Golia, questa gente lotta con grande dignità per conservare ciò che gli spetta, in nome di una giustizia sistematicamente calpestata con l’avallo complice di governi e funzionari corrotti. Quando provano ad organizzarsi per resistere le popolazioni locali si devono scontrare con un avversario che non si fa scrupoli di ricorrere alla violenza e alla forza fisica per impadronirsi della terra e delle risorse che offre. L’obiettivo non è solo appropriarsi a basso costo di superfici coltivabili per incrementare la produzione alimentare: società americane hanno complessivamente acquistato all’estero oltre otto milioni di ettari di terreni agricoli, il 37% dei quali è stato destinato a colture non alimentari, ossia a coltivazioni funzionali a produrre bioenergie. La Fao prevede che da qui al 2023 il consumo mondiale di etanolo e biodiesel raddoppierà. Il 12% dei cereali verrà dirottato da scopi alimentari verso l’industria dei biocarburanti.

Nel frattempo il mondo occidentale volge lo sguardo altrove, impegnato a promuovere un vago ideale di sviluppo sostenibile. Anzi, in molti casi è proprio in base ad un paternalistico ed interessato piano di crescita che viene giustificata la privazione della terra: le comunità locali sono giudicate colpevoli di arretratezza, la loro agricoltura viene considerata inefficiente e inconcludente, la ragione della loro povertà è individuata nell’assenza di un sistema di produzione moderno e aperto all’intervento dei capitali. L’ideologia del progresso diventa allora il grimaldello per scardinare ecosistemi sociali spesso antichi, in perfetta armonia col territorio da cui ricevono il proprio sostentamento e che ricambiano con cura e protezione.  Sottraendo ai popoli la terra che abitano si distrugge la loro identità e li si trasforma in nomadi senza un tetto e senza un futuro. Sono così costretti a cercare fortuna altrove, finendo spesso per dirigersi verso i grandi centri urbani ed ingrossare le fila dei disoccupati e dei morti di fame.  L’emergenza dell’immigrazione, che travolge le frontiere dell’Occidente, nasce anche da queste ingiustizie, con le famiglie private della propria casa che cercano protezione e benessere proprio in quel sistema economico che è il principale responsabile della loro miseria. In verità a sfamare il mondo non è l’agricoltura industriale, ma quella a conduzione familiare: secondo la Fao, l’80% del cibo prodotto a livello mondiale arriva dai piccoli agricoltori. Per la famiglie di coltivatori, però, nessuna rappresentanza ai tavoli della Conferenza sul Clima di Parigi, sebbene siano soprattutto i piccoli produttori a fare le spese del modello di sviluppo incarnato dalle multinazionali.

La battaglia per il diritto alla terra delle popolazoni indigene si salda indissolubilmente con quella per la tutela dell’ambiente e la lotta ai cambiamenti climatici. Proteggere le comunità autoctone e il loro territorio significa fronteggiare al contempo la deforestazione e l’inquinamento del suolo, ma anche difendere le risorse idriche dalla privatizzazione. Lo sfruttamento incontrollato dell’ambiente e la violenza contro le popolazioni più deboli sono ispirati dalla medesima logica di oppressione. Con grande acume ne aveva già parlato Edward Said nel suo Orientalismo: la “creazione dell’altro” (othering), l’idea che esista un “diverso da sé”, è servita all’Occidente per identificare la natura aliena di chi appartiene ad un differente contesto geografico, sociale o culturale, giustificando in questo modo la deprivazione dei suoi diritti. E’ il principio che sta alla base dell’imperialismo e del colonialismo. Illudendoci che ormai questi fenomeni appartenessero ai libri di Storia, abbiamo dimenticato che studiare il passato è la chiave per leggere il presente e che spesso la Storia si ripete. Di questo ha scritto recentemente anche Naomi Klein, giornalista e attivista canadese in prima linea contro la ingiustizie della globalizzazione. La scrittrice individua in quello che lei definisce “razzismo istituzionale” la ragione della perdurante indifferenza occidentale rispetto ai problemi ambientali. Chi già sta scontando le conseguenze del disastro climatico (innalzamento del livello del mare, desertificazione) sono proprio le realtà ai margini del mercato globale.

I due fronti problematici finiscono così per sovrapporsi. Tutto ciò “sarebbe stato impossibile senza l’orientalismo e tutti gli strumenti che i potenti hanno a disposizione per sminuire l’importanza della vita dei meno potenti” spiega Naomi Klein. E’ la possibilità di relativizzare l’importanza della vita umana a giustificare la distruzione dei popoli e del loro territorio: “Una volta che l’altro è stato creato, il terreno è pronto per qualsiasi trasgressione: espulsioni, furti di terra, occupazioni, invasioni. Perchè lo scopo di questa operazione è stabilire che l’altro non ha gli stessi diritti e la stessa umanità di quelli che fanno la distinzione”. La battaglia per un mondo più giusto passa dunque necessariamente attraverso quella per il rispetto dell’ambiente e delle risorse naturali, e viceversa. Troppo spesso invece le energie dell’attivismo e della politica si sono disperse su fronti distinti. Proteggere i diritti di chi si vede privato della terra e cacciato dalla propria casa può aiutarci a prendere atto che in gioco c’è anche la “nostra” casa, quella casa comune che tutti abitiamo e in cui non c’è un “altro da noi”, perché il suo destino è quello di tutti quanti.