La riforma costituzionale in tema di superamento del bicameralismo paritario e perfetto procede senza colpo ferire. La maggioranza parlamentare non sta dando grandi lezioni di democrazia, ma di tecnocrazia. Stabiliremo che cosa s’intende comunemente per democrazia. E prendo spunto da una recente intervista rilasciata da Mario Monti per capire il suo opposto: cosa non è democrazia. L’ex Presidente del Consiglio è un personaggio celebre per le sue uscite quali “la Grecia è il più grande successo dell’euro” o quando si domanda da cosa derivi l’intrinseca inferiorità del popolo italiano; l’ex Premier ribadisce altresì che è  la troppa sovranità delle nazioni a frenare il sogno degli Stati Uniti d’Europa. Nel corso della lunga intervista, non senza qualche brivido, leggiamo che il senatore Monti auspicherebbe una post-democrazia: dalla democrazia del popolo ad una democrazia per il popolo. Ce ne faremo una ragione. Però al di là di sogni, o più correttamente degli incubi, di facili vedute, vi è necessità di tracciare il passato per quello che è stato e capire la differenza non solo in termini economici, ma anche tra le varie teorie politiche: abbracciare il federalismo (parola che riecheggia continuamente tra gli europeisti più assetati non di democrazia, ma di potere) o dire che avremo l’Europa federalista è un errore; sarebbe come dire che l’euro anziché essere una costruzione sostanzialmente monetarista (con politiche fiscali restrittive o inesistenti) in realtà ha preso a modello gli Accordi di Bretton Woods.

L’Unione Europea trova le sue origini agli inizi degli anni ’50 allorché i cosiddetti padri costituenti, che in realtà hanno sempre cercato un compromesso economico, diedero vita alla CECA e alla CEE, proprio perché avevano paura di un’ unione politica (a causa del nazionalismo, che è poi lo stesso motivo per cui Kohl ha messo sotto un’unica moneta le due Germanie, provocando al tempo stesso la crisi dello SME, ma questo è un altro discorso…). Se la costruzione europea è partita da accordi di integrazione economica, va da sé che la politica è rimasta ai singoli stati. Quindi  con questo tipo di costruzione potrà prodursi al massimo una confederazione, non una federazione. La teoria politica che meglio spiega e orienta l’Unione Europea dalle origini fino ad oggi non è il federalismo strappalacrime. E neppure il funzionalismo. Ma la realpolitick. Con al centro il paradigma dell’interesse di esclusiva (o semi-esclusiva, visto che  nel frattempo la sovranità monetaria è stata ceduta) proprietà degli stati nazionali. La cosiddetta balance of power ha retto fino alla crisi del 2007-2008 e si basava sulla stabilità e sull’equilibrio tra chi ha avuto più voce in capitolo nel decidere negli ultimi 23 anni di Trattati, Regolamenti ed Euro-zona. Non è forse così? L’Europa ha forse deciso in un atto di generosità dei paesi più forti, nella sua accezione comunitaria e nell’eguaglianza dei suoi stati membri? No, gli stati che hanno gettato le basi dell’unione monetaria e dell’istituzione dell’Unione Europea all’indomani di Maastricht sono Francia e Germania. Crollato questo binomio con la crisi finanziaria, adesso gli europei si trovano con un’egemonia: quella tedesca. Qualcuno vede spiragli di federalismo? Se si riformano le 28 carte costituzionali sul modello della Costituzione svizzera o dei lander tedeschi e se a loro volta si ridiscutono i trattati europei e se si riesce ad approvare sotto un minimo comune denominatore una costituzione europea, forse sì..in futuro potremo anche parlare di federalismo. Si tratta di riavvolgere il nastro indietro di 75 anni e di ripartire da un’unione politica verso un’unione economica. Nell’attesa che ciò accada, consigliamo al professor Monti e a quanti come lui puntano il dito contro le politiche nazionali di fare bei sogni durante le ore di sonno.

Per quanto riguarda cosa s’intenda per democrazia, qui vi sono indubbiamente varie accezioni tra le quali non rientra però quella di Monti: quella che Monti e altri intendono – come probabilmente lo stesso governo italiano – ha veramente poco a che fare con la democrazia, sia nel suo senso classico e più vicino alle origini, quando ci riferiamo alla democrazia di tipo partecipativo dove era preminente il concetto di eguaglianza di ogni singolo cittadino, sia nell’accezione moderna di essa, la così detta democrazia liberale, nella quale i cittadini delegano ad altri la propria partecipazione. Vedete, questa seconda accezione di democrazia (che è comunque governo del popolo sebbene all’interno di confini più ampi delle polis o dei liberi comuni e per ciò stesso pragmaticamente rappresentativa) ha avuto periodi di forti critiche. All’inizio del 900, proprio in Italia studiosi come Vilfredo Pareto e Gaetano Mosca  diedero vita all’elitismo: il sistema politico in realtà si basa su un’élite che domina la massa anarchica. Pertanto, la democrazia, semplicemente non può esistere. La tecnocrazia è l’elogio di un’oligarchia sul popolo considerato ignorante e, appunto, inadatto a esprimere qualsivoglia giudizio tecnico: meglio far decidere l’alto dall’alto. Prendiamo, per esempio, il tema delle preferenze che come le ha definite in suo recente editoriale il professor Panebianco, sarebbero “farina del diavolo”. Le preferenze, perno sul quale si è retta la Prima Repubblica, sono in realtà non un modo per dare al cittadino la possibilità di scegliere, ma uno strumento nelle mani dei vari gruppi di interesse.Insomma, per arrivare ad una politica europea bisogna che lo stato di eccezione perduri, legittimando una sospensione della democrazia, che il legislativo (con parlamentari scelti dal segretario di partito) sia nelle mani dell’esecutivo di turno. Con decreti-legge che, come si è visto negli ultimi anni, hanno sempre prevalso sulle leggi e con una minoranza del paese la quale,  in modo unilaterale cambia le regole del gioco attraverso l’Italicum e annessa riforma costituzionale

Sinceramente, più che del rischio di costruzione europea (che è una narrazione, come la maggioranza di queste utopie che cozzano con le verità della storia….), ci sarebbe da essere molto più preoccupati della disintegrazione dello stato italiano e della sua legge più importante: la Costituzione, che non è “la più bella del mondo” (si consideri, ad esempio, che i vari governi di emergenza che si sono succeduti durante l’intero arco temporale della Seconda Repubblica, sono stati  possibili proprio dal fatto che il Presidente del Consiglio è nominato dal Pres. della Repubblica, come recita l’art. 92). Anche la nostra carta costituzione è frutto di un antico compromesso. Ma  è pur sempre stata costruita con un’idea dell’Italia e dell’Europa profondamente diverse. Il vero obiettivo della riforma costituzionale è quello di esautorare una reliquia del passato – che reliquia comunque non è: enfatizzare  l’economia mista è più giusto o più sbagliato del negare gli aiuti di stato, come invece affermano gli art.107 e 108 del TFUE? E chi stabilisce ciò che è giusto da ciò che è sbagliato? I burocrati o i cittadini dei rispettivi paesi membri?  L’intento di mettere al centro la governabilità del nostro paese e un superamento della nostra Costituzione ha come inevitabile conseguenza quella di accelerare l’iter di riforme chieste in questi anni dall’Unione Europa. Si chiama per l’appunto tecnocrazia, non democrazia.