Forse sarebbe il caso di rinfrescare le dottrine di Marx, perché troppi tra i suoi seguaci le hanno dimenticate. Lo spirito cannibalistico del neo liberismo ha fatto perdere ogni traccia della teoria del valore-lavoro, soprattutto in quella corrente politica o ideologica sedicente di sinistra. Ma la realtà, con la sua schiettezza, ci riporta alla necessità di riesumare un assioma inconfutabile dell’economista di Treviri: il capitalismo per funzionare ha bisogno di un vasto esercito di riserva di lavoratori disoccupati, in modo da tenere bassi i salari e spezzare eventuali organizzazioni collettive dei lavoratori. Mai come oggi, a livello globale e locale, assistiamo a un surplus di offerta di lavoro a fronte di una domanda che va sempre più scemando, a causa di una crisi del sistema di produzione basato su dogmi di economia neoclassica non più attuali. I flussi migratori sempre più massicci e incontrollati hanno infatti creato degli eserciti di lavoratori in eccesso.

Il fenomeno riguarda soprattutto individui non qualificati e destinati alla manovalanza e alla produzione di beni, settore che richiede sempre meno lavoratori sia per la crescente e diffusa automazione che per la crisi economica globale, ma coinvolge in termini generali anche le professioni più qualificate. Si viene a creare un surplus di lavoratori quando il tasso di disoccupazione raggiunge livelli elevati (quello ottimale secondo l’economia neoclassica non è pari a zero, ma di un livello tale da tenere l’inflazione entro un tasso opportuno) e i lavoratori, per accaparrarsi le offerte di lavoro carenti rispetto alla forza lavoro disponibile, sono disposti a percepire un salario più basso e, se necessario, a rinunciare anche a diritti e tutele. Quando ciò accade, si innesca un circolo vizioso tendente al ribasso per cui i lavoratori perdono gradualmente il loro potere, che, teoricamente, in un sistema economico non falsato, li renderebbe detentori di un monopolio, il cosiddetto monopolio del lavoro. Il flusso migratorio, laddove superi il livello che potremmo definire funzionale, ossia ottimale a soddisfare le richieste di lavoro non assorbite a livello locale, viene appunto a minare il potenziale potere monopolistico del lavoro, aumentando la competizione e mettendo in concorrenza i lavoratori con lo stesso meccanismo utilizzato per i beni di produzione, con un conseguente abbassamento del prezzo di mercato.

Se queste considerazioni economiche, volutamente supportate dalle teorie marxiste, possono sembrare tanto ragionevoli da risultare ovvie, spostando il piano da quello economico a quello sociale, la situazione cambia drasticamente. Mai come negli ultimi tempi è tornata in voga l’accusa di “razzista”, da abbinare a quella mai tramontata di “fascista”. Si è andato consolidando nell’opinione pubblica un vero tabù del razzismo, per il quale non si può affrontare il tema della disoccupazione crescente, della perdita dei diritti dei lavoratori e della necessità di rivedere tout court il sistema capitalistico globale, ormai al collasso, che continua a sfruttare i Paesi meno sviluppati con un nuovo tipo di colonialismo, celando sotto mentite spoglie buoniste e umanitariste una forma inedita e subdola di schiavismo lavorativo. Il tabù del razzismo, paradossalmente, rappresenta l’unico spartiacque ancora in vita tra una sinistra che ha rinnegato il proprio animo marxista e populista e una destra che cerca di colmare il vuoto lasciato, spesso utilizzando in modo improprio revanchismi nazionalisti e sensazionalisti.