In un brillante Pamphlet del 1886, Paul Lafargue, socialista e genero di Marx, rivendicava il diritto di non lavorare per più di tre ore al giorno. L’emancipazione dell’uomo dal lavoro, in un’epoca che vive dilaniata fra il pressante peso dei suoi eccessi e la sventura insostenibile della sua mancanza, sembra tornare finalmente in auge come tema politico inderogabile. Nel dibattito italiano si è arrivati solo recentemente, per merito di una proposta dei Cinque Stelle, a discutere di politiche universalistiche in sostegno del reddito. Da una parte c’è il reddito di cittadinanza, un’entrata garantita a tutti i cittadini indipendentemente da occupazione, stipendio o condizioni patrimoniali. Dall’altra c’è il reddito minimo garantito, un sostegno sociale attribuito dallo Stato a chi, per motivi indipendenti dalla sua volontà, si ritrova a non avere entrate sufficienti a garantirgli un’esistenza dignitosa. La confusione semantica fra le due politiche, ricorrente nel dibattito italiano, deriva dal fatto che fra i due modelli estremi possono esistere molteplici sfumature, a seconda di come la misura viene progettata, dalle soglie minime stabilite e dai requisiti per averne diritto. Trascurando la confusione sui nomi, quello di cui si discute in Italia è tecnicamente definibile come reddito minimo garantito, ed è la forma già diffusa in vari modi nel panorama europeo. La sua sostenibilità per il bilancio pubblico è certificata dall’Istat, che per la proposta di legge depositata in parlamento stima un costo pari a 15 miliardi annui. I benefici, analizzati in molti studi empirici, vanno dalla diminuzione della povertà e della diseguaglianza al calo dei livelli di criminalità.

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Paul Lafargue, saggista socialista genero di Marx, noto per il saggio “Il Diritto all’ozio”.

La critica più rilevante riguarda il suo effetto negativo sull’economia, provocato dal disincentivo economico fornito a chi, pur potendo, eviterebbe di lavorare. Questo disincentivo distorcerebbe in maniera consistente, secondo i detrattori, il funzionamento del mercato del lavoro.

La gente si adagerebbe, si siederebbe e mangerebbe pasta al pomodoro

Sentenziò in merito l’ex ministra Fornero. Uscendo dagli schemi della teoria economica, non è difficile notare come esista una propensione storica dell’essere umano verso attività costruttive, un bisogno di esprimere se stesso plasmando la realtà per renderla più adatta alle proprie aspettative. Uno degli errori del capitalismo è aver pensato di poter organizzare l’attività produttiva esclusivamente sulla base dell’incentivo monetario, trattando l’uomo alla stregua di una qualsiasi altra merce. Anche nell’organizzazione capitalistica, il lavoro porta con sé molte motivazioni sociali distinte dal guadagno economico, ed è improbabile che tutti smettano improvvisamente di lavorare una volta garantita loro un’entrata minima. Se questo non bastasse, la critica del disincentivo al lavoro è facilmente disinnescabile da regole opportune di erogazione del sussidio. Un meccanismo che condizioni il diritto di beneficiare del sussidio a dei doveri ben definiti, civici e di reinserimento lavorativo, eliminerebbe il problema alla radice. L’effetto più ovvio, è che il potere contrattuale dei lavoratori aumenterebbe considerevolmente, assieme al salario di riserva e alle possibilità concrete dei cittadini di decidere come, dove e quanto lavorare. Si ridurrebbero le possibilità di sfruttamento, il clientelismo e l’emarginazione sociale.

Italy's welfare minister Elsa Fornero breaks in tears as she presents a controversial pension reform during a press conference following a ministers council for the approval of the new measures designed to shore up public finances on December 4, 2011 In Rome. Italy's cabinet on Sunday adopted a package of tax hikes, budget cuts and pension reforms worth 20 billion euros ($27 billion) in a rush to avoid a bankruptcy that threatens to bring down the eurozone. AFP PHOTO / ALBERTO PIZZOLI (Photo credit should read ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images)

Elsa Fornero in lacrime alla presentazione della riforma pensionistica del Governo Monti.

Di fatto, l’emancipazione di cui si sta parlando non è quella di una società fondata sull’ozio, in cui produrre sia relegato a passatempo domenicale, ma di un modello sociale dove il lavoro, o la sua assenza, non determini la sorte delle persone al punto tale da poterle privare di ogni mezzo di sostentamento, da estirparne la dignità, la libertà di scelta e la stabilità sociale. Un modello in cui il lavoro non eserciti un tirannia assoluta sull’esistenza, sottomettendo ogni dimensione umana alle esigenze del mercato. Una misura come il reddito minimo garantito, accompagnata dalla progressiva riduzione e redistribuzione degli orari lavorativi, sarebbe l’ovvia risposta normativa per fronteggiare la crisi occupazionale, determinata in larga parte dallo sviluppo tecnologico. André Gorz, marxista francese, riassunse in modo chiaro questa posizione, non nuova in certi ambienti operaisti:

“Poiché la produzione sociale esige sempre meno ‘lavoro’ e distribuisce sempre meno salari, diventa sempre più difficile procurarsi un reddito sufficiente e stabile mediante un lavoro pagato. Nel discorso del capitale si attribuisce questa difficoltà al fatto che ‘manca lavoro’. Si occulta in tal modo la situazione reale; perché ciò che manca non è il lavoro, ma la distribuzione delle ricchezze per la cui produzione il capitale impiega un numero sempre ridotto di lavoratori. Il rimedio non è ‘creare lavoro’, ma ripartire al meglio tutto il lavoro socialmente necessario e tutta la ricchezza socialmente prodotta.”

La cosa sorprendente, in grado quasi di destare sospetto, è che anche una larga parte delle classi dirigenti europee, di certo non ostili alle logiche del libero mercato, si sono sempre mostrate favorevoli a questo tipo di misura. La ragione, ovvia, è che, nell’epoca del Jobs Act e della Loi du Travail, un sostegno al reddito rappresenta l’unica maniera possibile per disporre di forza-lavoro mobile e flessibile senza provocare un’implosione sociale. Esiste una corrente di pensiero ultraliberista, inaugurata da Milton Friedman in persona, che vede addirittura nel reddito minimo un’opportunità per spazzare via tutte le altre forme di redistribuzione, di regolazione e di intervento pubblico. Se in un caso si percorre un passo importante verso l’emancipazione dal lavoro, nell’altro l’obiettivo dichiarato è la predisposizione dei lavoratori ad un modello produttivo dominato da precarietà ed incertezza. Al di là degli slogan, bisognerà quindi valutare il come, il quanto ed il perché di una possibile ed auspicabile misura, ponderandone ogni aspetto specifico. La partita sostanziale si gioca sui dettagli tecnici del provvedimento, che potrebbero determinare potenziali effetti perversi, come il ricatto occupazionale a mezzo uffici di collocamento o la scorretta individuazione dei beneficiari, nel Paese degli evasori, del lavoro nero e degli ISEE farlocchi.

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“Vivere e non sopravvivere”. Manifestazione in Francia contro la riforma del lavoro approvata dal Parlamento francese la scorsa estate.

In tutto questo il governo Renzi, in perfetta continuità con i suoi predecessori, sembra rimasto l’unico a rifiutare con decisione ogni discussione in merito, rifugiandosi nella stanca retorica imprenditoriale delmettersi in gioco, lavorare, non lamentarsi contro “l’elemosina di Stato” di un reddito minimo garantito. Speriamo di gustarci tutti, molto presto, la pasta al pomodoro della Fornero.