Che la crescita della disuguaglianza rappresenti oggi uno dei più grandi problemi che le economie dei paesi avanzati si trovino a dover affrontare è patrimonio comune di molti politici ed economisti di orientamento progressista. Anche il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, ha esplicitamente sostenuto che essa costituisce “la sfida definitiva dei nostri tempi”. Per i difensori delle politiche di impronta neoliberista, che sono in larga parte responsabili del problema, è stato però molto facile sminuire la questione della disuguaglianza economica crescente interpretandola come uno dei classici armamentari retorici di una Sinistra in crisi d’identità e sopratutto di voti, disposta ad aggrapparsi a qualsiasi appiglio ideologico pur di rimanere al potere o di ritornarvi. Tuttavia, uno studio pubblicato due mesi fa nello Staff Discussion Note del Fondo Monetario Internazionale ed intitolato Causes and Consequences of Income Inequality: A global Perspective mostra come la crescita della disuguaglianza non solo sia dimostrata in modo chiaro dai dati macroeconomici, ma abbia anche un effetto profondamente negativo sulla crescita del prodotto interno lordo (PIL). Il livello di disuguaglianza raggiunto attualmente è tra i più alti mai registrati: “Stime suggeriscono che quasi metà della ricchezza mondiale è oggi detenuta da appena l’1% della popolazione, per un ammontare pari a 110 trilioni di dollari – 65 volte la ricchezza totale della metà inferiore della popolazione mondiale (Fuentes Nieva e Galasso 2014)” (pag. 15). Nell’introdurre la loro ricerca, gli economisti autori dello studio affermano: “Per prima cosa, intendiamo mostrare perché il legislatore dovrebbe focalizzarsi sui poveri e sulla classe media. Studi precedenti del FMI hanno mostrato come la disuguaglianza di reddito sia importante per la crescita e la sua sostenibilità. La nostra analisi suggerisce che la distribuzione del reddito in se stessa è importante anche per la crescita. Nello specifico, se la quota di reddito del 20% più ricco aumenta, allora la crescita del PIL diminuisce durante tutto il medio periodo, suggerendo che il miglioramento delle condizioni economiche dei più ricchi non ha ricadute favorevoli sul resto della popolazione (il c.d. trickle-down effect ndr). Al contrario, un incremento della quota di reddito del 20% più povero è associato con una maggiore crescita del PIL. I poveri e la classe media sono i fattori più importanti per la crescita, in virtù di una molteplicità di elementi tra loro interconnessi di natura economica, sociale e politica” (pag. 4).

Alla domanda su quali siano le cause fondamentali della crescita della disuguaglianza, gli economisti autori dello studio rispondono mettendo l’accento su 6 fattori fondamentali:

  1. Il progresso tecnologico, il quale ha spostato la domanda di lavoro dal personale poco qualificato a quello altamente qualificato.
  2. L’aumento della produttività, a cui non si è accompagnato un aumento dei salari, il cui potere d’acquisto è in caduta libera da più di trent’anni.
  3. La deregolamentazione del mercato del lavoro e la diminuzione del potere contrattuale dei sindacati.
  4. La deregolamentazione finanziaria e il conseguente aumento del debito privato di famiglie e imprese.
  5. Globalizzazione e delocalizzazione.
  6. Diminuzione della pressione fiscale per i più ricchi.

Un approfondimento del tema della disuguaglianza implica una precisa definizione del fenomeno, il quale è descritto nel seguente modo: “Il discorso sulla disuguaglianza pone spesso una distinzione tra la disuguaglianza dei risultati (misurata da reddito, ricchezza e livelli di spesa) e disuguaglianza delle opportunità, le quali si riferiscono a circostanze al di fuori del controllo dell’individuo, come il genere, l’etnia, il luogo di nascita, o il background familiare” (pag. 6). Sul tema della disuguaglianza di opportunità gli economisti autori dello studio affermano che a parte tutti gli altri effetti negativi ad essa correlati – come per esempio un minore accesso ai servizi sanitari o educativi da parte della popolazione povera ed il rallentamento della mobilità sociale tra le generazioni -, essa danneggia la crescita perché “[…] un’elevata concentrazione di ricchezza da reddito può anche ridurre la domanda aggregata e danneggiare la crescita, in quanto i ricchi spendono una frazione inferiore del loro reddito rispetto alle classi dal reddito medio o basso” (pag. 8). Rispetto alla disuguaglianza dei risultati, lo studio mette in evidenza come essa impatti in modo fortemente negativo sia sui cittadini meno abbienti, perché li priva degli strumenti per migliorare la loro condizione sociale, sia su quelli più ricchi, perché li trasforma da potenziali imprenditori, disposti ad investire il loro capitale in una nuova attività economica creatrice di posti di lavoro, in rentiers, il cui unico obiettivo è preservare la loro ricchezza anche con mezzi moralmente illeciti: “Inoltre, la disuguaglianza dei risultati non genera i ‘giusti’ incentivi se è basata sulla rendita di posizione (Stiglitz 2012). In quel caso, gli individui sono incentivati a volgere i loro sforzi ad assicurarsi un trattamento di favore e la protezione [delle autorità statali ndr], il che risulterà in una errata allocazione delle risorse ed in alti livelli di corruzione e nepotismo con effetti negativi sia sulla tenuta sociale che sull’economia” (pag. 6).

Lo studio che stiamo analizzando si basa su precedenti ricerche che sono sostanzialmente giunte alle sue stesse conclusioni. Facendo riferimento al così detto coefficiente di Gini – il quale, su una scala che va da 0  (minimo) a 1 (massimo) misura il livello di disuguaglianza al netto di tasse e trasferimenti -, gli autori dello studio affermano che “[…] abbiamo trovato una relazione inversa tra la quota di reddito che va verso i ceti abbienti (20% più ricco) e crescita economica. Se la quota di reddito del 20% più ricco aumenta di 1 punto percentuale (nella scala di Gini ndr), la crescita del PIL sarà lo 0.08% più bassa nei 5 anni seguenti, il che dimostra come i benefici economici di un aumento della ricchezza dei ceti abbienti non si riverberano sulla maggioranza della popolazione. Al contrario, un eguale aumento della quota di reddito del 20% più povero è associato con 0.38 punti percentuale di maggiore crescita” (pag. 7). Ma molti potrebbero obiettare a questi dati affermando che la globalizzazione è stata di grande beneficio ai paesi in via di sviluppo, i quali, proprio tramite questa, sono stati in grado di sottrarre milioni dei loro cittadini a condizioni di povertà estrema. Se ciò è in parte vero sarebbe fallace credere che i benefici della crescita economica delle economie emergenti siano stati equamente distribuiti; sebbene milioni di poveri abbiano beneficiato delle opportunità di lavoro offerte dai processi di delocalizzazione, essi sono stati ad un tempo danneggiati da condizioni di lavoro vicine allo sfruttamento e da un aumento dei livelli di inquinamento delle loro città, mentre per quanto riguarda i livelli di reddito “[…] ci sono grandi disparità tra i paesi in via di sviluppo: se l’Asia e l’Est Europa stanno sperimentando un marcato aumento della disuguaglianza, i paesi dell’America latina mostrano un notevole declino di essa, sebbene questa regione rimanga una delle più ineguali del mondo” (pag. 10).

In conclusione viene naturale chiedersi come affrontare al meglio il problema della disuguaglianza economica. Secondo gli autori dello studio un migliore accesso al sistema educativo e bancario, un miglioramento del sistema sanitario ed una riorganizzazione del mercato del lavoro che eviti gli eccessi della deregulation messa in pratica in questi anni costituiscono, insieme ad appropriate politiche redistributive, gli strumenti migliori per ridurre i livelli di diseguaglianza tra i cittadini. Tuttavia viene anche da chiedersi: sarebbe ciò sufficiente per far cambiare verso all’economia mondiale? Chi scrive ritiene che senza un cambiamento radicale del paradigma economico dominante, il quale rimetta al centro il lavoro rispetto al capitale, difficilmente si riuscirà a vincere “la sfida definitiva dei nostri tempi”.

Fonte, Era Dabla-Norris, Kalpana Kochhar, Nujin Suphaphiphat, Frantisek Ricka, Evridiki Tsounta, Causes and Consequences of Income Inequality: A global Perspective, IMF Discussion Note (International Monetary Fund, June 2015)