La libertà assoluta, concetto cardine del cosiddetto “pensiero occidentale”, è applicata da anni anche al settore dell’istruzione universitaria, soprattutto in Europa. Guai a impedire la libertà di scelta. Guai a ridurre le possibilità di accesso ai corsi universitari. Guai ai test d’ingresso. Sono così fiorite nel continente europeo le Università private. Basta del resto dare un’occhiata rapida al web per veder sbocciare le pubblicità di corsi di Laurea, master e masterini vari, come se si stesse pubblicizzando un nuovo modello di automobile o di dentifricio. Ormai esistono corsi di specializzazione universitaria e post universitaria per qualsiasi cosa: dalla progettazione di videogiochi al giardinaggio. La cultura universitaria, un tempo linea di confine tra le élites e il popolo, oggi è invece una merce. Del resto non è neppure saggio stupirsi. Nell’era del dio Mercato, tutto deve poter essere venduto e comprato. Peccato però che, se da un lato, il mercato dei corsi universitari nei Paesi dell’Europa comunitaria si ampliava e cresceva, dall’altro il mercato del lavoro, quello vero, quello retribuito, si contraeva quasi di pari passo. Il risultato finale di questo movimento è ben fotografato da una recente indagine dell’Oecd sul cosidetto “qualification mismatch”, ovvero il divario tra le competenze dei lavoratori e quelle richieste dal mercato del lavoro. Sembra infatti che, mediamente, tra il 2006 e il 2012 tale divario, nonostante il proliferare di corsi e corsetti accademici, rigorosamente a pagamento e ad accesso libero, sia cresciuto in quasi tutti i Paesi del vecchio continente. Certo, dicono i soliti soloni della stampa di sistema “i giovani non sono abbastanza competenti per il mercato del lavoro europeo”.

Giusto? No, sbagliato. Perché il divario è fortemente sbilanciato sull’eccesso di competenze piuttosto che sul difetto. In pratica, la maggior parte dei lavoratori europei hanno competenze che, sulla carta, sono in eccesso rispetto a quelle richieste dal proprio posto di lavoro e in generale dalle offerte in circolazione. Sono, cioè, sovraqualificati. In controtendenza rispetto a questa situazione solo la Svezia, la Finlandia e l’Irlanda. Ecco che quindi, tra un “master” e un “executive course”, termini anglofoni molto in voga quando si tratta di attirare il cliente… pardon, lo studente di turno, i giovani europei hanno perso di vista ciò che più contava: la realtà. Sì, perché nell’Europa della deindustrializzazione e conseguentemente della disoccupazione collettiva e crescente, ci troviamo oggi con una massa enorme di lavoratori sottoimpiegati, che hanno studiato per andare a occupare posizioni che alla fine materialmente non potevano esistere. Risultato cui ha contribuito la colpevole assenza di una qualsiasi politica industriale nei Paesi del vecchio continente, oltre alla già menzionata mercificazione dei corsi universitari, che ne ha compromesso molto spesso anche la qualità. A cosa serve tutto questo?

O meglio a chi può servire questa situazione? Sempre a coloro cui serve l’immigrazione di massa, che molti Paesi europei si sono dimostrati felici di assorbire. Perché l’effetto finale di questa situazione, o meglio uno degli effetti, è il cosidetto “dumping salariale”. Per dirlo in parole povere, l’impoverimento dei lavoratori, anche di quelli qualificati. Sì, perché se da un lato cresce l’offerta di lavoratori preparati e titolati, dall’altro, per le leggi di mercato tanto care alle burocrazie europee, diminuisce il loro “prezzo”. E chi deve pagare salari a decine o centinaia di migliaia di dipendenti, come le grandi multinazionali, che nei Paesi del Terzo mondo producono a costi molto più bassi, non può che gradire.