di Luca Mariotti

La sharing economy o consumo collaborativo, per italianizzarlo, è un modello economico che si fonda su un insieme di pratiche di scambio e di condivisione di beni tangibili, servizi e conoscenze. Il fine ultimo della sharing economy è quello di massimizzare l’utilità di tali asset pocanzi enunciati, ponendo in essere un nuovo modello alternativo a quello consumista. La coniatura del termine sharing economy si deve a Marcus Felson e Joe. L. Spaeth, che hanno divulgato un modello prettamente teorico, anche per la mancanza di Internet. La piena diffusione di tale prototipo di economia è da collegare sia alla nascita di figure di intermediari on line, creatori di piattaforme per la collaborazione e condivisione, che di notevoli articoli e pubblicazioni da parte di media e ricercatori. Tali imprese che cercano di mettere in contatto la domanda con l’offerta, hanno avuto una rapida diffusione e interessano qualsiasi aspetto della nostra vita, basti pensare a Airbnb, Uber, Bla Bla Car, Coursera e tantissimi altri.

Considerando i principi di base che sostengono tale esemplare di economia, ci sarebbero tutti i presupposti per accoglierla, ma, se non fosse davvero così?
Boltansky e Chiapello (Nuovo spirito del capitalismo), si sono soffermati sul concetto della condivisione, con riferimento ai primi anni 2000 e alla diffusione del mezzo Internet. Il loro libro pubblicato nel 1999, con il senno di poi, ha tracciato interessanti aspetti che riguardano appunto la sharing economy. Secondo gli autori la condivisione, considerata dal punto di vista del mercato, ha generato una modalità di uso dei servizi fondata sulla poca trasparenza e sulla deregolamentazione lavorativa. Le imprese che sono nate da questo boom della condivisione, hanno avuto la possibilità di porsi al di sopra della giurisdizione statale, con riferimento alla sicurezza e alla tassazione. Considerando un’analisi empirica, in Uber, l’utente free lance che mette a disposizione i suoi servizi e la macchina è un micro imprenditore o un lavoratore micro-pagato che compete slealmente con altri lavoratori?
Occorre soffermarci anche sul grado effettivo di innovazione di queste imprese della sharing economy. Molte aziende che sono nate, in parte, non vanno oltre il semplice franchising come modello di business. Considerando il caso di Airbnb ad esempio, tale impresa permette ai suoi utenti (franchisee) che dispongono di una casa o una stanza privata, di poter postare l’annuncio dello stesso, e utilizzare il marchio Airbnb (franchisor) e la sua formula commerciale.

Nella sharing economy chi è il capitalista? Nella maggior parte dei casi, la piattaforma di servizi on line, sostiene il costo relativo all’implementazione della tecnologia, mentre, gli utenti che condividono i propri beni al servizio degli altri sostengono maggiori oneri rispetto ai precedenti. Il caso di Uber ci può aiutare a convalidare tale tesi, in quanto, Uber sostiene i costi relativi alla gestione della piattaforma, di conseguenza, il singolo che si pone dalla parte dell’offerta, dovrà necessariamente sostenere i costi per l’acquisto della macchina, del carburante, dell’assicurazione e dell’ordinaria e straordinaria manutenzione della macchina. In definitiva il vero capitalista non è certo Uber. Un altro fenomeno connesso alla sharing economy è quello dell’open source, ove la proprietà intellettuale, tende ad essere sempre in possesso di un numero limitato di imprenditori che fondano il loro successo su rapporti economici di sfruttamento. Occorre certo considerare che non tutte le aziende della sharing economy tendono a scavalcare la giurisdizione statale, si guardi ad esempio a Bla Bla Car, che determina una massimizzazione dell’efficienza del proprio veicolo in termini di passeggeri trasportati. Il successo della share economy è da ricercare nella società contemporanea, alla ricerca sempre di un risparmio continuo che nella maggior parte dei casi, va a discapito dello status quo, della propria sicurezza e determinando una concorrenza sleale. Condividere i principi della condivisione dei beni è fondamentale, poichè può generare esternalità positive, ma, credere che possa essere un modello di business in cui tutti possano attingere è pura eresia, tanto che, tale forma di economia il più delle volte è uno specchietto per le allodole da cui può derivare un arricchimento semplice, ove il semplice, è solo per le grandi aziende on line.