Sono sulla bocca di tutti: Uber, eBay, AirBnb, HomeExchange, Netflix, Pandora. E poi Spotify, Mechanical Turk, BlaBlaCar, Share’ngo, ma anche Lyft, Link2me FashionHire, ZipCar, Vayable, Waze, Homelink. Sono loro, insieme a molte altre, le nuove protagoniste del mondo imprenditoriale. Ci si sono affacciate come parvenu, emergendo dal basso se non dal niente, ostentando la freschezza e il dinamismo delle start-up. Inizialmente le si guardava di traverso, come se queste ultime arrivate al tavolo del successo mancassero dei titoli per sedervisi e dei requisiti per restarci. Ma se qualcuno pensava che peccassero in presunzione, l’ascesa formidabile della sharing economy ha imposto di ricredersi. Oggi il business della “condivisione” è considerato uno dei motori dell’economia di domani. Parlano i dati di fatto, perché è sempre più evidente quanto alcuni servizi di sharing stiano cambiando la quotidianità. E parlano i numeri, con una crescita stimata del 25% per il settore del carsharing e del 17% per quello dello streaming, mentre l’homesharing è destinato ad ampliarsi del 31% nei prossimi anni. Intanto fioccano gli investimenti dei capitalisti della Silicon Valley, e tutto lascia prevedere che la cavalcata sia solo all’inizio.

La sharing economy è un modo nuovo di scambiare beni e servizi. Anzi, a ben vedere è un modo antico, antichissimo, è l’idea semplicissima per cui nella condizione di bisogno ci si da una mano a vicenda. La casalinga si fa prestare lo zucchero dalla vicina, e riconoscente la ricambierà con una fetta della torta che preparerà. E’ un principio di condivisione che nella società dei ritmi frenetici e ossessivi sembrava rimasto indietro, non riuscendo a tenere il passo dei centri urbani che ingigantiscono, delle culture che si mescolano, dei mezzi di comunicazione che diventano virtuali così come le relazioni fra le persone. Invece è riemerso dalla strada e per le strade delle città ha costruito la fortuna di una nuova generazione di capitalisti. L’idea fondamentale della condivisione è quella di bypassare gli intermediari: grazie alla rete, è sufficiente una connessione perché produttori e consumatori possano entrare in contatto direttamente e rapidamente. Il web assicura la disintermediazione e abbatte i costi della ricerca e dello scambio, impostando una relazione peer to peer, alla pari, tra cliente e offerente. Ovviamente il presupposto necessario è che si  instauri un rapporto di fiducia tra le controparti, e questa fiducia viene garantita dalle piattaforme in cui avviene l’incontro tra domanda e offerta (per fare un esempio, Uber funziona come social network che mette in contatto autisti e passeggeri, trattenendo poi il 20% di ogni transazione).

La logica di fondo è quella dell’economia di rete (o esternalità di rete). L’utilità di un telefono è proporzionale alla diffusione dei telefoni: se pochi o pochissime ne hanno uno, chi possiede un telefono può sfruttarlo ben poco. Lo stesso vale per Uber, che funzioa solo se le auto offerte sono molte, così come per Spotify, perché nessuno ne farebbe uso se vi trovasse solo le canzoni di tre o quattro artisti. La conseguenza fondamentale è che queste imprese hanno tutto l’interesse ad operare in un sistema di monopolio o oligopolio. La parola d’ordine così non è più ‘condivisione’ bensì ‘conservazione’, e vengono messe in atto strategie legali dirette a escludere il più possibile altri sogetti. L’innovazione e la creatività non vengono condivise ma chiuse nel caveau.

A questo si deve aggiungere che le società di sharing tendono a scaricare costi e svantaggi su chi fornisce il servizio, nell’ottica di perseguire in tal modo un profitto a costo zero. Il privato fornisce la casa o l’automobile, l’impresa incassa quanto le spetta dalla transazione, ma eventuali danni o sanzioni, nonché i costi assicurativi, gravano sui fornitori. E’ il sogno proibito di ogni capitalista: guadagnare senza doversi fare carico degli oneri, i quali però non spariscono di certo, semplicemente sono lasciati ad altri.

Gli effetti di questa strategia imprenditoriale rischiano di ripercuotersi a livello più ampio. Nelle grandi città si manifestano già i primi cortocircuiti. I residenti spesso decidono di affittare case e appartamenti ai turisti per un soggiorno temporaneo, e la sharing economy offre strumenti e soluzioni estramamente efficaci da questo punto di vista. Domanda e offerta si incontrano in modo semplice ed economicamente conveniente. Il problema si pone invece per gli altri cittadini in cerca di un’abitazione a lungo termine, perché è sempre più difficile per loro trovarne una in affitto se queste sono destinate prevalentemente ai turisti. Così a fronte di una domanda che non trova soddisfazione, gli affitti si impennano e la comunità deve sopportare i costi della disintermediazione. La conseguenza è lo sviluppo di mercato a briglie sciolte, fuori dai radar, dove le relazioni economiche sono dirette e orizzontali ma scompaiono il controllo e la regolamentazione da parte di chi dovrebbe vigilare (e assicuare l’interesse pubblico).

Recentemente, in occasione del Social Business Forum di Milano, l’economista indiano Sangeet Paul Choudary ha spiegato che “se pensiamo alle nuove forme di economia, vediamo che ormai parliamo di piattaforme che consentono di creare un network, una rete, nella quale non ci si muove più solo da una direzione all’altra, ma dove tutti si relazionano con tutti”. La piattaforma sarà dunque il mercato del futuro, e sono evidenti le potenzialità di un sistema in cui un’automobile “fino a dieci anni fa non era un oggetto digitale, ma oggi può diventarlo se usiamo Internat per riempirla con un’applicazione come Uber”. Assistiamo ad una storica rivoluzione in grado di ribaltare la nostra concezione di lavoro e di mercato (Choudary parla non a caso di economia 4.0). Il rischio è che di questa fase di transizione approfittino i chierichetti del liberismo, pronti a sfruttare la disintermediazione e il vuoto regolamentare per insediare la logica del profitto nei nuovi spazi aperti dalla tecnologia.

Come sempre di fronte ad ogni grande cambiamento, la vera sfida è quella di riuscire ad anticiparlo e in questo modo a non subirlo, per guidarlo a vantaggio della collettività. Ricordando che il sonno del legislatore genera mostri.