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Quando in “Morire” dei CCCP la voce di Ferretti urlava “produci consuma muori” non faceva che sintetizzare la denuncia del comunismo scientifico: nel capitalismo il proletario si aliena nelle attività umane, quelle lavorative, e si identifica come umano in quelle originariamente animali, come il nutrirsi e il riprodursi. Consumare merci, prodotti capitalistici, ma anche rapporti sessuali, ingranaggio fondamentale all’interno della società capitalista: se le merci portano profitto, la riproduzione rigenera il proletariato e quindi i consumatori stessi. Attualizzando, l’atto riproduttivo genera quella popolazione che andrà a costituire idealmente la base imponibile del welfare state, quella in grado di sostenere i bilanci dello Stato, nonché la forza-lavoro e la domanda dell’intera umanità. Che stolti: la riproduzione è l’essenza stessa dell’umanità. Siamo programmati per garantire la sopravvivenza della specie e, nel mezzo, creare, consumare, generare e lasciare un segno.

“Produci. Consuma. Muori”.
Non possono quindi che allarmare gli ultimi dati della Banca Mondiale: il tasso di fertilità a livello globale sta crollando. Anzi, lo ha già fatto e a partire dagli anni 60’. Il tasso di fertilità si è in sostanza dimezzato dai tempi della Beatlemania, compromettendo la stabilità a lungo termine della società. Siamo programmati per la specie, biologia, non per la società e lo stato sociale, economia: quest’ultima è suscettibile di subire grandi contraccolpi. Il fatto è che troppo spesso ci si concentra sulle statistiche relative al numero assoluto di umani residenti attualmente sul pianeta e non sulla costanza del flusso di nascite. Se è vero che una popolazione numericamente maggiore rispetto a mezzo secolo fa, per un effetto meramente esponenziale, cresce più velocemente, è anche vero che sono e saranno sempre più anche gli anziani, ovvero coloro che dipendono dal sistema previdenziale. Di conseguenza saranno sempre meno le donne e gli uomini in età impiegabile in grado di sostenere il peso di questo welfare senza costringere i rispettivi governi a fare largo uso di deficit di bilancio, strada che per il momento pare essere escludibile a priori a partire dall’Europa.

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Evoluzione del tasso di fertilità nelle tre maggiori economie dell’Europa continentale. La Francia è l’eccezione, la Germania soffre lo stesso male dell’Italia.

Come in una parabola si è giunti oltre il picco favorevole e la fertilità al ribasso è giunta nell’area critica e, forse, di non ritorno. Se nel secolo scorso rimandare le nascite poteva testimoniare un miglioramento del livello generale di istruzione (università più affollate) e l’evoluzione dell’emancipazione femminile, oggi grazie alle proiezioni siamo certi che 59 nazioni hanno un tasso di fertilità al di sotto del valore minimo di sostenibilità. Queste nazioni ospitano il 46% della popolazione mondiale, quindi una fetta decisiva e consistente dell’umanità. Tra questi 59 paesi vi sono, infatti, Russia, Cina e Brasile, i cosiddetti BRICS, economie in forte crescita e in fase di “start up”. Al di là del fatto che questo dato mette gli Stati in via di sviluppo di fronte ad un futuro decisamente nebbioso, è notevole registrare lo stesso trend in economie fortemente sviluppate e in via di sviluppo: il fenomeno è universale e globale, non regionale. Di conseguenza non è sufficiente una politica economica nazionale ma un cambiamento radicale del procedere degli eventi che pare, al momento, utopia pura. Le Nazioni Unite prevedono che nel 2100 circa il 30% della popolazione sarà costituita da ultrasessantenni. L’aspettativa di vita, naturalmente, è tendenzialmente al rialzo, facendo intuire che gli ultrasessantenni del 2100 avranno molti più anni davanti a sé rispetto a quelli di oggi. Basti pensare che solo dal 2000 al 2015 l’incremento medio dell’aspettativa globale alla nascita è stato di circa 5 anni. La questione è di cardinale importanza e dovrebbe essere equiparata al surriscaldamento globale, in quanto come esso mina gli standard di vita attuali. Il primo degli effetti derivanti dalla riduzione della forza-lavoro è senza dubbio la crescita che viene minata dalle fondamenta, trascinando nell’abisso la domanda stessa di beni. Il circolo vizioso si chiude con un prevedibile decremento delle nascite dovuto alla precarietà. Il gettito fiscale si prevede quindi fortemente in calo e l’intera tenuta dei conti statali minacciata, proprio nel momento in cui i costi per l’assistenza sanitaria dovrebbero gonfiarsi a mo’ di bolla. La popolazione è cresciuta numericamente e in termini assoluti ma non ha attuato il ricambio generazionale richiesto per preservare l’ordine attuale della società.

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In Giappone nel 2025 la proporzione tra popolazione attiva e pensionati sarà soltanto di due a uno.

Se la soluzione non può essere la redistribuzione del capitale umano tramite emigrazione e immigrazione, in quanto chi si sposta è destinato ad invecchiare egli stesso, è nell’automazione che l’umano potrebbe trovare un alleato insospettato. Proprio come nel “Frammento sulle macchine” di Marx, in cui l’uomo ritrova il tempo libero utile ad accrescere il proprio valore personale. Non per altro Stati come il Giappone, che già stanno sperimentando la crisi demografica, hanno puntato forte sulla robotica: il resto del mondo avrà la stessa lungimiranza?