Quali nuove ci giungono da Hangzhou? Di certo questo G20 passerà alla storia come quello dell’intesa tra Stati Uniti e Cina sulla lotta ai cambiamenti climatici. I due paesi hanno ratificato l’accordo elaborato nell’ambito della Conferenza mondiale di Parigi, ed è indiscutibilmente un passo avanti significativo se si considera che a USA e Cina da soli è imputabile il 38% delle emissioni di gas serra. Le due locomotive dell’economia globale si impegnano così formalmente a mantenere l’aumento delle temperature al di sotto dei 2 gradi, a sostenere la riconversione energetica dei paesi più poveri e a portare i gas serra ad un livello di naturale riassorbimento nella seconda metà del secolo.  Certo mancano ancora le ratifiche del Brasile, dell’India e della Russia, mentre l’Unione Europea, responsabile del 12% circa di emissioni, deve affrontare un iter di approvazione più complesso essendo necessaria anche la conferma da parte degli Stati membri. L’accordo di Parigi potrà entrare ufficialmente in vigore solo quando verrà ratificato da Paesi che complessivamente rappresentano il 55% delle emissioni di CO2. Tutti auspicano che l’esempio di Cina e Stati Uniti possa imprimere un’accelerazione al processo di approvazione, ma è evidente che il risultato non è ancora a portata di mano. E nemmeno si può fingere di ignorare i molti limiti dell’accordo, a cominciare dal fatto che non è previsto un sistema sanzionatorio in caso di violazione degli impegni assunti, sebbene sia proprio la sanzione a conferire valore e significato ad un divieto.

Una certa dose di entusiasmo può pure ritenersi legittima, ed è sicuramente comprensibile la soddisfazione espressa da più parti del mondo ecologista. Allo stesso tempo, permane la consapevolezza che il nostro non sia un secolo di grandi statisti e di leader lungimiranti: sono gli anni del compromesso e dei tentennamenti, desolatamente privi di grandi ideali e slanci audaci. In questo scenario di assoluta mediocrità, il messaggio diffuso da Papa Francesco nei giorni scorsi vale da solo più di tutte le parole spese dagli altri capi di Stato e di governo nelle giornate del G20: “Un crimine contro la natura è un crimine contro noi stessi e un peccato contro Dio” ha ammonito il Pontefice, denunciando il “debito ecologico tra il Nord e il Sud del mondo” e “un sistema che ha imposto la logica del profitto ad ogni costo, senza pensare all’esclusione sociale o alla distruzione della natura”. Riferendosi proprio agli accordi sul clima di Parigi, Francesco ha esortato tutti, governanti e persone comuni, ad agire con fermezza: “Ora i Governi hanno il dovere di rispettare gli impegni che si sono assunti, mentre le imprese devono fare responsabilmente la loro parte, e tocca ai cittadini esigere che questo avvenga, anzi che si miri a obiettivi sempre più ambiziosi.” La questione ambientale non ha comunque portato in secondo piano il gomitolo di problemi in cui è aggrovigliato il quadro internazionale. “Verso un’economia mondiale innovativa, rinvigorita, interconnessa e inclusiva” è la direzione auspicata dal G20, ma al di là delle intenzioni è stato nei fatti impossibile per i vari leader lasciare fuori dalla porta i problemi di casa propria. I fantasmi ricorrenti degli ultimi mesi hanno continuato a funestare l’atmosfera del meeting. Theresa May, alla vigilia del viaggio in Cina, ha ammesso che prima o poi con la Brexit si dovrà fare sul serio, e che il Rengo Unito sarà chiamato ad affrontare scelte difficili. Ma proprio mentre il primo ministro britannico delineava prospettive future di nuove e feconde relazioni economiche, di una crisi insomma da cogliere come opportunità, ecco che le è piovuto addosso il fulminante avvertimento di Tokyo: le imprese giapponesi potrebbero decidere di spostare la produzione nell’Europa Continentale, qualora Londra non dovesse garantire l’applicazione delle norme Ue nel Paese. L’estate è ormai finita e settembre porta con sé i primi brividi freddi.

Angela Merkel nel frattempo affronta lo psicodramma delle elezioni regionali:il sorpasso della destra-destra sulla CDU è uno smacco difficile da digerire e certifica la crisi politica della Cancelliera. Sarebbe un errore limitare il risultato elettorale ai soli confini del Meclemburgo-Pomerania. Per i cristiano-democratici si tratta del peggior risultato conseguito nel Land dalla caduta del Muro. Merkel perde sulla gestione della crisi migratoria, l’AFD si rafforza sul timore che l’ondata di rifugiati possa avere un impatto negativo sul welfare tedesco, in un Paese dove aumenta a vista d’occhio il divario tra regioni più ricche e aree più povere e crescono le sacche di povertà. Uno scenario che sembra stridere con il dichiarato intento del G20 di perseguire una crescita che non sia solo effettiva, ma anche inclusiva, sostenibile e in grado di aumentare l’occupazione.  La grande scoperta di questo G20 è che non ci possiamo più permettere una crescita che lasci indietro qualcuno? Se la parole lasceranno il posto a delle azioni concrete lo vedremo presto, ma il sospetto è che “crescita inclusiva” sia il nuovo biglietto da visita del capitalismo predatorio: un sardonico ossimoro ben celato sotto una patina di rassicurante progressismo. Come ha scritto Antonio Tricarico su Il Manifesto: “Dal vertice di Hangzhou esce un inno roboante, quanto fragile, elevato alla globalizzazione liberista. Si chiede una crescita inclusiva e sostenibile, lavoro e sviluppo, ma di fatto il G20 insiste che la globalizzazione liberista è l’unica strada”. Intanto Xi Jinping, il padrone di casa, ha invitato i suoi colleghi ad evitare discorsi vuoti sulla crescita e la ripresa. Su questo appuntamento Pechino ha scommesso moltissimo. Nelle intenzioni cinesi, Hangzhou dovrebbe costituire il trampolino per proiettare definitivamente la potenza asiatica nelle dinamiche della governance globale. L’obiettivo principale è così diventato quello di riempire il G20 di contenuto, trasformandolo da semplice sala del tè della politica internazionale a stabile piattaforma da cui delineare gli indirizzi dell’economia mondiale. La ratifica dell’accordo di Parigi è un importante segnale in questo senso, e si colloca all’interno di un percorso che ha visto la Cina impegnarsi in un’ottica di apertura all’Occidente. Per il momento, però, ancora nessuna grande riforma e nessuna rivoluzione sul fronte della trasparenza.