L’Italia ha buttato al vento il sistema industriale, ora globalizzato e colonizzato. Sono state queste le parole che hanno aperto l’annuale congresso di Asimmetrie – l’associazione di studi economici presieduta da Alberto Bagnai – giunto con successo alla sua sesta edizione; a pronunciarle, tuttavia, non è stato un economista bensì l’attore Riccardo Scamarcio, da tempo stufo di vedere il pensiero degli artisti “tradito e ribaltato” in televisione e sui media mainstream. Se vogliamo fare del buon cinema, ha spiegato, prima “bisogna fare della buona politica”, ma “Il problema è che non si può approfondire in Italia”, poiché vi è la tendenza “a semplificare senza che sia previsto il contraddittorio”. La nostra nazione, soprattutto, “è una comunità che gira attorno all’agricoltura e all’artigianato”, eppure è preoccupante come “a decidere delle vite di milioni di persone sia chi vive al centesimo piano di un grattacielo di New York”. Che fare allora? “Bisogna riprendere il rapporto con la natura”.

Grazie Alberto Bagnai per il tuo encomiabile lavoro.

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D’altra parte che le politiche liberiste siano tutt’altro che efficaci lo ha ammesso anche la letteratura economica classica che “dopo la crisi del 2008 è andata a riprendere le teorie di stampo keynesiano”, come ha ricordato l’economista Antonella Stirati. Non è stato particolarmente d’accordo il collega Roberto Perotti, convinto che se il nostro Paese nel 2011 avesse aumentato anziché diminuire il disavanzo “si sarebbe scatenato l’inferno sui mercati”, pur riconoscendo che quest’ultimi “possono sbagliare”: “Continuare a sperare che l’aumento di deficit si ripaghi da solo”, ha commentato, “è molto pericoloso”. Ma “se c’è una banca centrale” – nazionale – “non ci sono problemi al rifinanziamento pubblico in propria moneta” ha tuonato Stirati, e lo stesso vale per i titoli “se c’è una banca centrale a garantirli”.

Perotti ha ammesso che gli effetti dell’aumento della spesa pubblica sull’espansione sono comunque “l’ultimo pensiero dei governanti”, e che non è possibile esulare dalle regole Ue, almeno non la Grecia che “non aveva alternative”, la stessa Ellade che di contro per Scamarcio “è paradossale” sia stata messa “in questa situazione parlando di Europa”. Ad ogni modo, a raccontare come siano andate le cose è stato proprio un greco, l’intellettuale Grigoriu Panagiotis:

“La crisi ha indotto un calo del Pil del 27%, e la produzione industriale è crollata del 40%”.

La Grecia difatti, è bene ricordarlo, “non è solo un paese turistico e agricolo”, ma vi sono piccole e medie imprese e servizi di trasporto, “ora privatizzati”. La piccola penisola “è commissariata dalla Troika” che ne controlla i ministeri e “anche il sistema stradale”, per fare multe salate – il concetto è quello di raccogliere denaro in ogni modo possibile -. Utilizzando una metafora, la Grecia è stata una sorta di “talk show” in cui erano già state prestabilite le sorti della nazione: “Siamo giunti alla distruzione dello Stato e delle basi della sovranità, a cominciare dalle frontiere abbattute”, con le Ong dell’Unione Europea e di altre agenzie sovranazionali che impostano una politica migratoria “al di sopra di qualsiasi decisione democratica”. Lo stesso fenomeno sta avvenendo anche qui in Italia, con gravi ripercussioni che il padrone di casa Alberto Bagnai non ha esitato a definire “un genocidio culturale“.

La nostra firma Guido Rossi è stato il più gggiovane relatore della storia del Goofy!

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Il punto focale allora è proprio questo, il mondo globalizzato e privato da una parte, e gli Stati dall’altra: “Negli ultimi 25 anni la nostra classe dirigente ha diligentemente dimostrato incapacità nel perseguire interesse nazionale”, è stato il duro affondo del giornalista Marcello Foa, vicepresidente di Asimmetrie: “la nomina di Alfano a ministro degli Esteri”, ad esempio, “sancisce il primato degli interessi della coalizione del governo sugli interessi nazionali, Alfano indebolisce l’Italia”. Quanto all’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi: “Firmò un accordo con la Ue per fare dell’Italia l’unico porto di sbarco per i flussi migratori, in cambio del via libera alla manovra di 80 euro a fini elettorali”.

Anche sul piano geopolitico la situazione non cambia: “Un tempo le forze armate italiane erano impegnate nella nostra difesa, oggi contribuiscono anche a bombardare gli interessi nazionali, come in Serbia o in Libia”, ha aggiunto lo storico Virgilio Ilari, riportando le parole di un comandante dell’aeronautica. Secondo il giornalista Gianandrea Gaiani anche le sanzioni alla Russia “dovrebbero portarci a fare qualche riflessione sull’Europa”, in quanto “i nostri alleati” – a cominciare da Francia e Inghilterra – “sono i nostri competitor”. Utilizzando dei paragoni, la differenza dunque è questa qua: “Putin è uno statista, noi abbiamo amministratori delegati”.

Questo spiegherebbe come mai “nel contesto dei vincoli europei la politica è morta, non può che asservirsi”. In particolare, a detta dell’economista Vladimiro Giacchè,  “in Italia questi vincoli hanno peggiorato in maniera sostanziale l’accumulo di capitali e reddito”, e, peggio, “la politica assume un atteggiamento mimetico nei confronti del mercato”. Che l’austerità deprime la crescita “è una conclusione verificata empiricamente grazie a Mario Monti”.

Durante la convention non è mancato l’apporto degli imprenditori, che hanno tradotto le teorie economiche in impegno pratico: “Il Made in italy è un marchio conosciuto nel mondo”, ha detto Enrico Ciccola, presidente del settore calzaturiero di Confindustria Centro Adriatico, che ha spiegato: “su 100 euro la metà sono di materiali, la restante parte di manodopera”, è “il sistema che ha permesso all’Italia di creare valore e occupazione”. Convinto del contrario si è dimostrato Roberto Brazzale, presidente di una delle più antiche aziende casearie nostrane, che ha affermato: “Del mio prodotto non mi importa niente, il made in Italy non esiste, si tratta di prodotti oggetto di una sterminata quantità di imput di una catena internazionale”. Ancora, “a nostro avviso il Made in Italy è un intralcio, una retorica dannosa per il Paese, viva la globalizzazione”.

Endorsement di una gioventù che ancora non si è rincoglionita.

Endorsement di una gioventù che ancora non si è rincoglionita.

Chi parla così, evidentemente “non ama la sua tribù”, la sua comunità di riferimento, ha tenuto a sottolineare con forza Vito Gulli, fino a pochi mesi fa al timone di Generale Conserve Spa, la società che con il marchio As do Mar ha trasformato in stella di prima grandezza nel mercato del tonno italiano. Il Made in Italy, ha detto, “è la nostra unica e ultima chance”, e anzi “una vera democrazia può esistere solo se c’è equilibrio tra produzione e consumi sullo stesso territorio”, come pure la “trasparenza in etichetta deve essere alla base di qualsiasi scelta”. Il concetto è banale ma dimenticato, bisogna “dare lavoro a chi consuma, per permettergli di continuare a lavorare e consumare, alimentare la nostra economia dando lavoro”.

È miopia, ha chiuso Gulli, “non capire che se non dai lavoro non dai soldi”.

Ecco il significato di questa due giorni: “Più Italia”. Se il principio dell’autodeterminazione dei popoli deve valere per tutti deve valere anche per noi”, ha ribadito Bagnai: “È stata creata una unione monetaria senza aver fatto una politica, che si allontana sempre di più”, addirittura “dovremmo fare anche un esercito senza Stato”; questo perchè “i media e i politici mostrano odio verso il Paese che li ospita”, motivo per il quale si fa sempre più urgente e necessario “rivalorizzare l’immagine della nostra nazione”. Più Italia dunque, la sfida lanciata da Alberto Bagnai.