A garantire la sopravvivenza di un sistema è la sua capacità di riprodursi e rigenerarsi in forme inedite e cangianti,  di modificare  la  funzione dei suoi componenti mantenendo  inalterata la propria struttura  in modo da assicurarsi  la conservazione. Così, per tamponare  le falle, vengono ideate nuove terapie, che a loro volta scateneranno altre problematiche mano a mano represse o contenute secondo diverse modalità. Allo stesso modo il sistema sociale e pensionistico italiano, per scongiurare un’implosione legata a fattori demografici cerca nel fenomeno immigratorio la propria  ancora di salvataggio, tramutando in soluzione quello che, per molto aspetti, costituisce un  problema. Il fenomeno della denatalità cui l’Italia si trova a far fronte è  il risultato di campagne culturali che invitano la donna a rimandare sine die il periodo della maternità, che diviene una condizione successiva ed eventuale a quella della sua affermazione identitaria  come  forza lavoro utile al sistema di mercato, nonché alla sua piena legittimazione come consumatrice emancipata ed indipendente.

Mettere al mondo un figlio non vuol dire soltanto un impegno e un investimento in termini di educazione e di tempo, risorsa sempre più preziosa e scarsa in un contesto frenetico ed oneroso, ma significa assicurargli sin da subito la sua piena integrazione nella moderna economia del consumo. D’altra parte, le migliori condizioni di vita e l’accesso alle cure sanitarie assicurate nei tempi recenti hanno comportato un indiscutibile innalzamento dell’aspettativa media di vita. Le conseguenze di questo insieme di dinamiche sono sotto gli occhi di tutti: l’Italia non è un Paese per giovani, con un’età media della popolazione tra le più alte in Europa e un saldo negativo tra nascite e decessi. Al di là di possibili impeti nazionalistici di pochi ultimi romantici, a mettere in pericolo il sistema nel suo equilibrio è il poderoso  apparato pensionistico, incapace di sopravvivere a un crescente numero di anziani da mantenere e un numero di giovani contribuenti in forte calo. Da dove attingere dunque forza lavoro giovane che possa rinvigorire questo organo  in fin di vita? Dal massiccio flusso di immigrati che sta investendo il continente, con modalità e veemenza che sfuggono alle politiche di contenimento.

L’esercito di immigrati che sbarca  sulle nostre coste è composto da giovani disperati per lo più senza qualifica (quelli più preparati sembrano preferire altri Paesi e da noi transitano solo), disposti ad adattarsi alle situazioni più svantaggiate. L’ attuale offerta del mercato del lavoro riflette appieno la crisi congiunturale e strutturale dell’economia del Paese: flessibilità che si traduce in precarietà, adattabilità che si esplica in dequalificazione,  deflazione che comporta salari medi più bassi, economia occulta sempre più palese da essere inclusa nel nuovo computo del Pil. Un substrato economico e sociale che non può che peggiorare le dinamiche demografiche di invecchiamento e denatalità del Paese. L’ afflusso di giovani leve straniere che per molti anni rivestiranno il ruolo di contributori ai fini pensionistici porterá, per la legge della domanda e dell’offerta,  le condizioni del lavoratore medio a subire una flessione verso il basso sia in termini di retribuzione che di tutela, con un aggravamento dello stato di salute dell’intero sistema.

Rimane poi un quesito aperto: come fronteggiare tra pochi decenni il ripresentarsi del problema pensionistico, una volta che anche questi giovani lavoratori ineluttabilmente saranno invecchiati? Niente panico, il sistema è in grado di fornire soluzioni sempre nuove a problemi che ciclicamente si ripresentano.