E’ noto ai lettori dell’Intellettuale Dissidente che il Presidente del Portogallo Anibal Cavaco Silva ha impedito nelle scorse settimane la formazione di un governo di sinistra dopo le elezioni del 4 ottobre. Quello che è interessante in questa vicenda p l’ennesimo caso di deficit democratico all’interno dell’Eurozona, in quanto viene ostacolato il processo rappresentativo dell’opinione pubblica non appena qualche partito tenta di contrastare il programma di austerità.

Nel caso del Portogallo il Presidente Silva ha rifiutato una coalizione di sinistra perché in essa avrebbe potuto far parte un partito comunista radicale:

“Mai il governo del Portogallo è dovuto dipendere dal supporti di forze politiche anti-Europee” ha dichiarato il Presidente Silva.

Ma che cosa giustifica un tale astio per i partiti euroscettici, nonostante la loro piena legittimità democratica?

“E’ mio dovere – dice Silva “all’interno miei poteri costituzionali, fare il possibile per evitare che segnali falsi siano mandati alle istituzioni finanziarie, agli investitori e ai mercati”

Ancora una volta, dunque, la democrazia viene messa in secondo piano rispetto all’onnipotenza dei mercati. Il Presidente Silva, d’altronde, dev’essere rimasto scosso dalle terribili giornate finanziarie di ottobre in cui i mercati hanno punito l’incertezza politica del Portogallo svendendo titoli di stato e prodotti finanziari della borsa lusitana. Dieci giorni dopo le elezioni del 4 ottobre, i tassi d’interesse nei titoli di Stato in Portogallo erano aumentati di 13 punti base. E’ il solito ‘ricatto’ dello spread: non appena i mercati fiutano un paese potenzialmente contro i programmi neo-liberisti, la fuga dei capitali diventa la terribile spada di Damocle che pende sulle teste degli elettori impauriti. Bisogna dunque chiedersi: perché è diventata priorità assoluta nei paesi dell’Eurozona la sottomissione al volere dei mercati? Perché tutto ciò è diventato più importante della democrazia?

Gli economisti ci dicono che è l’insieme delle azioni egoiste dei singoli individui a creare esiti benevoli per la società. L’insieme di tali azioni si esprime nei cosiddetti ‘mercati’, i quali attraverso il processo di domanda e offerta valutano la ‘credibilità capitalistica’ di un paese attraverso vari parametri come i tassi d’interessi. Gli stessi economisti, seppur si auto-definiscano scienziati, credono che tale processo funzioni grazie ad una miracolosa e fantomatica ‘mano invisibile’ che tramuta l’egoismo degli individui nel benessere della società. E’ ormai abbastanza noto per gli storici dell’economia che in Smith la mano invisibile non era altro che una secolarizzazione della Provvidenza cristiana. Ma per il clero economista la sacralità della ‘mano invisibile’ e’ un dogma indiscutibile. I mercati, secondo questa interpretazione, diventano meccanismi auto-riproduttivi perfettamente efficienti grazie all’egoismo razionale di individui in perenne stato di avidità ed edonismo. Da qui nasce l’anti-umanesimo dell’economia odierna: non è importante ciò che il popolo pensa democraticamente, ciò che i filosofi pensano o ciò che la religione pensa perché i mercati sono ritenuti più intelligenti; perché i mercati appunto riuscirebbero ad interiorizzare tutte le informazioni necessarie per l’efficienza economica. Gli individui e i popoli, dunque, diventano atomi insignificanti all’interno di meccanismi fuori controllo.

E’ però piuttosto grossolano pensare che ciò che chiede il mercato sia automaticamente la ricetta perfetta per il benessere di un paese. Il mercato si fonda sull’interesse privato, lo stato democratico su valori comunitari. Da qui nasce l’inconciliabilità fra mercati e Stato: ci sono spazi sociali (come la sanità, l’ambiente e i valori democratici anziché quelli materiali) in cui l’egoismo privato rovinerebbe l’armonia fra cittadini. Inoltre ciò che noi chiamiamo ‘mercato’ non è altro che un enorme processo informativo in continuo mutamento e mai in perfetto equilibrio, in quanto oscilla fra periodi di euforia e panico, e che è spinto da movimenti speculativi, da strategie a breve-termine, da decisioni spesso irrazionali e rischiose, e da fattori esogeni spesso non prevedibili. Come si può credere che le dinamiche del mercato possano interiorizzare spazi sociali come i valori democratici, la protezione dell’ambiente e il diritto alla sanità ove il profitto individuale non è contemplato?

Prendiamo ancora l’esempio Portogallo e vediamo come agisce un ‘individuo egoista’ nel mercato. Lo scorso mese un pubblico ministero del Portogallo ha accusato il direttore di un fondo finanziario (affiliato al Moore Capital Management) di aver scritto appositamente articoli eccessivamente pessimisti sulla macroeconomia portoghese per conseguire una personale strategia speculativa. Secondo le accuse tale direttore, Peter David Boone, avrebbe scritto quattro articoli sul Portogallo nel 2010, fra cui uno per il New York Times, per scatenare il panico sulla situazione del Portogallo (eravamo agli inizi della crisi dello spread) così da guadagnare su scommesse finanziarie in caso di rialzo nei tassi d’interesse sui titoli di stato. Non a caso Boone nei suoi articoli paragonava il Portogallo all’Argentina, spaventando i lettori che anche i lusitani avrebbero probabilmente dichiarato un default. Il Pubblico Ministero ha accusato Boone di manipolazione dei mercati per aver svalutato il valore dei titoli di stato portoghesi. Secondo il Wall Street Journal la Moore Capital Investment avrebbe guadagnato un profitto di circa 800 mila euro con le scommesse sui tassi d’interessi.

Non è la prima volta che nell’Eurozona accadono movimenti strani nel mercato dei titoli di stato. Il Professore della London School of Economics David De Grawe ha documentato l’irrazionalità dei mercati e i palesi errori nel valutare i fondamentali dei membri dell’Eurozona, in quanto prima della crisi i mercati sono stati mossi da un’euforia spropositata comprando titoli di stato a bassi tassi d’interesse nei paesi mediterranei come se la Grecia fosse affidabile quanto la Germania. Poi nel 2011 i mercati hanno svenduto nel panico generale i titoli di stato dei paesi mediterranei come se il default di un’economia quasi insignificante come la Grecia (nemmeno il 3% del PIL dell’Eurozona) avesse potuto far esplodere l’Eurozona. Per De Grawe si tratta di un colossale errore di mispricing, ovvero sbagli nella determinazione dei prezzi. Dinnanzi ai fallimenti dei mercati gli economisti rifiutano di accettare la fallibilità della mano invisibile, e dunque s’inventano un teodicea assai curiosa, secondo cui le crisi (cioè il ‘male’ secolarizzato) sono solo correzioni temporanee in vista di un equilibrio economico a lungo-termine. Nell’Eurozona si attende pazientemente da ormai 7 anni questo equilibrio ottimale, ma l’impressione è che presto si potrebbe veder passare un cadavere sul fiume…