Nell’orizzonte economico liberale nulla è assiologicamente privo di prezzo: non esiste sfera del reale a cui la domanda e l’offerta, incontrandosi, non possano assegnare la tronfia univocità del valore dell’uomo. Per rendere ragione a questo assunto, ogni atto economico deve essere letto come la sola possibile estrinsecazione dell’interesse personale di tutti i transattori partecipanti concretizzata nello scambio e rappresentata dal prezzo. Quest’ultimo, quasi si trattasse di un trascendentale kantiano, evade la soggettività e si consolida come oggettivo, in quanto univoca espressione di tutti i singoli. Con tutta evidenza, la credibilità di una simile considerazione del valore come etichetta perentoria appiccicata dalla collettiva volontà richiederebbe una teatrale sospensione di giudizio; sospensione a cui solo gli occhi di un liberale potrebbero acconsentire. Se le palpebre del liberale ortodosso sono un sipario esteticamente più prestante quando calato, è invece ben più interessante soffermarsi su uno sguardo economico più attento e critico riguardo a questo tema, ovvero quello dell’economista Fred Hirsch e le sue nozioni di bene posizionale e bene difensivo.

La prima breccia nel bastione liberale del valore è condotta dalla timida prepotenza dei beni posizionali, ovvero quelli il cui valore dipende eminentemente dal confronto con altri beni analoghi e solo secondariamente dalla loro reale capacità di appagare un bisogno. Detta così, sembrerebbe non trattarsi d’altro che della circoscritta gamma dei “beni di lusso”; se anche una borsa di Louis Vuitton non deve la propria preminenza ad un comfort superaddito rispetto ad un qualsivoglia borsone da mare, questo riferimento non consente di minacciare la stima di valore toto cœlo. Hirsch, in effetti, indugia su quest’eccezione soprattutto per negare una delle condizioni della concorrenza perfetta in economia, ovvero la mutua indipendenza dei transattori, l’irrilevanza delle altrui preferenze. Eppure la nozione di bene posizionale, se concepita in modo dinamico, può essere insolentemente estesa. Tali beni, si è detto, non possono e non devono essere ottenuti da tutti e l’ampio valore attribuitovi è una “stima del nulla”, in quanto non indica alcun incremento qualitativo del bene; ciò di cui esso è, invece, un reale indicatore è il livello di competizione in tale campo. Secondo questa lettura, in ogni concorso per beni scarsi (ed ogni bene economico è scarso per definizione) è lo stesso processo allocativo, la stessa contingente appetibilità a causare il valore del bene, e di questo tutti pagano il prezzo – scongiuriamo il giorno in cui i beni di prima necessità acquisiranno valori posizionali discriminanti… D’altra parte, nella cornice di mercato è la nozione di lusso, presente solo in un’economia di dono, ad esser priva di senso, dal momento che ogni bene è sostituibile e la preminenza stessa è convertibile in denaro.

Esiste poi un altro tipo di beni, quelli difensivi, ovvero la gamma dei beni che traggono valore dal male a cui consentono di far fronte, anziché da un reale beneficio apportato. Ma anche bere gazzosa, si potrebbe dire, è una difesa dal male della sete o, indifferentemente, un piacere fornito nel dissetarsi. Ancora una volta, il concetto di Hirsch pretende un affaticamento per poter fiorire nella propria complessità potenziale. Acquistare una porta blindata per difendersi dalla criminalità difficilmente potrebbe essere definito un miglioramento di benessere rispetto ad un periodo in cui le porte non si acquistavano per semplice assenza di criminalità; cionondimeno, se è proprio la diffusione locale della pratica monetaria ad aver causato un aumento della criminalità, ecco che la difensività si rivela in tutta la sua portata come connotazione dei beni richiesti per soddisfare un male prodotto dallo stesso sistema impiegato per ottenere beni. Sarebbe forse possibile risolvere questi prodotti preterintenzionali dell’economia con la creazioni di nuovi spazi concorrenziali ed assegnazioni di valore? Forse sì, ma solo a condizione che tali effetti, che possono essere cumulativi o manifestarsi a lungo termine, siano fattualmente rinvenibili, effettivamente misurabili e, soprattutto, che ogni tentativo di stima non concorra ulteriormente ad incrementarli, anziché alleviarli.

Posizionalità e difensività sono due ordini di caratteristiche, tutt’altro che eccezionali e costitutivamente inerenti alla realtà e alla teoria di mercato, che ostentano perentoriamente l’esistenza di beni (verosimilmente tutti) di principio non esattamente stimabili e di tendenze di sviluppo preventivamente non correggibili; risibile l’invocazione di benedizioni di una provvidenziale “mano invisibile”. Beni posizionali e difensivi sono, dunque, bersagli mobili, nozioni estensive capaci di sconfessare l’autentica attribuzione di valore da parte del sistema di mercato, rivelando come, nel medesimo atto di valorizzazione, l’oggetto misurato ed il metro di misura stesso subiscano delle deformazioni fatalmente sensibili. Nessuna oggettività del valore, nessuna fondazione di trascendentalismo – d’altra parte, non vi era riuscito nemmeno Kant! Caliamo, allora, ogni sipario su un mercato onnivoro come quello odierno e sulle infinite, venefiche concrezioni del valore da esso promosse; caliamoli, in attesa che ad aprirsi e a dismettere tutto ciò siano gli occhi torvi della coscienza storica di cui ognuno di noi è l’incarnazione pulsante.