L’Italia riesce nell’impresa: avrà l’agognata flessibilità. Potremo chiudere il 2016 con un deficit del 2,3%. È stata infatti accettata da Bruxelles una forbice pari allo 0,85% del PIL, giustificata dalle riforme messe in campo, dal contributo per il Fondo europeo degli Investimenti e dalle questioni immigrazione e terrorismo. L’orgasmo collettivo che ha investito il popolo dell’informazione mainstream è però quantomeno infondato nonché totalmente incosciente. Come ogni rapporto morboso che si rispetti, mamma UE detta il ritmo della nostra spesa, della presenza e sostegno dello Stato alla vita dei cittadini. Lunghe trattative sono state l’unica via percorribile per far ingoiare a Bruxelles il nostro fare tardi la sera, ricordando sempre che un deficit al 2,3% con disoccupazione alle stelle, stagnazione e deflazione corrisponde a rincasare alle venti, in tempo per la cena. Se la flessibilità fosse una magia potremmo esclamare “non c’è trucco e non c’è inganno!”. Peccato che la flessibilità non sia una magia. È solo una parte dell’accordo: in cambio di un rospo ingoiato dai tecnocrati per quest’anno, nel 2017 l’Italia dovrà far segnare un deficit del 1,8% su PIL. Sono dolori. Se è vero che sono “solo” circa 2 i miliardi che mancano all’obiettivo, è altrettanto da considerare l’attivazione delle clausole di salvaguardia che nel 2017 porterebbero l’IVA ad un demoniaco 24%. Il governo intende coprirne la metà con il maggior disavanzo concordato, ma andrebbero in ogni caso trovati altri 8 miliardi per scongiurare l’ulteriore batosta ai danni del consumatore. La spending review ha già ridotto all’osso l’ammontare della spesa necessaria a far avanzare la macchina dello Stato e pare davvero complicato trovare i 10 miliardi totali (2 per Bruxelles, 8 per le clausole) necessari. Vengono inoltre richiesti “sforzi concreti” per non far deragliare il bilancio italiano dal percorso “virtuoso” finora seguito verso l’omerica destinazione del pareggio di bilancio.

Morale della favola: viene accordata flessibilità in cambio del raggiungimento più celere possibile del pareggio di bilancio. In una corsa ai cento metri ti faranno partire un secondo prima ma dovrai disputarla saltellando su una gamba sola. Più una presa in giro che altro. L’obiettivo perseguito dagli eurocrati e dal Governo è di natura politica: sarà utile per calmierare il malcontento dilagante nella popolazione. Un patto col diavolo dove viene sancita la sopravvivenza relativamente serena dell’Italia per questi ultimi sei mesi dell’anno in cambio di un biglietto di sola andata per l’Inferno, utilizzabile dal 2017. Non si fa altro che predicare la cultura della crescita, la voglia di tornare ad una fase di espansione che si palesa in dichiarazioni sghembe e imbranate. Quello che non ci si chiede è come si possa pretendere che i consumi della popolazione possano aumentare in un regime di continui tagli di spesa e aumenti di tasse. I soldi non si spendono perché non ci sono ed è ovvio che nessuno ha ancora scoperto una piantina in grado di crearli. Abbiamo vissuto un lustro di austerità da “lacrime e sangue” che è venuto dopo un ventennio di avanzo primario: non si è fatto altro che prelevare ricchezza dall’economia reale da una eternità. Oggi, in ginocchio nelle terre dei burocrati dagli occhi di ghiaccio, privi di ogni qualsivoglia pretesa e sovranità, le istituzioni italiane devono mendicare degli “zerovirgola” che sanno di bombola d’ossigeno quasi esaurita. È preclusa ogni possibilità di ribaltare la situazione e l’ingenua arrogante pretesa che tutto questo si risolva attraverso un riallineamento automatico del mercato è pura follia.

È possibile comprendere l’interesse a portare avanti l’ideale “economia sociale di mercato” sottoposta a stabilità, bassa inflazione e pareggio di bilancio nel breve/medio periodo: quello che non è giustificabile è la testarda ostinazione insita nel non ammettere che questo tipo di politiche sia un autentico suicidio economico. In questo “atomo opaco del male” (dove il male sta per concepire lo Stato come una qualunque famiglia) nulla di ciò che fino a qualche decennio fa era semplice routine oggi è ammesso: manovre procicliche hanno preso il posto di quelle anticicliche e le cose sono semplicemente peggiorate. In “1984”, Orwell scriveva “Ortodossia vuol dire non pensare, non aver bisogno di pensare. Ortodossia e inconsapevolezza sono la stessa cosa” e non si allontanava dalla realtà. La razionalità è stata abolita in favore di ideali sanciti da Trattati non votati attraverso democrazia diretta: l’ideale, l’unica verità, è perseguita per l’unica via ammessa. Essa è la sopra citata “ortodossia” e tutto ciò che non rientra in tale definizione non è degno di nota. Nella corsa verso la comprensione si va quindi a sbattere contro il muro del bipensiero, ovvero “ritenere contemporaneamente valide due opinioni che si annullano a vicenda, sapendole contraddittorie fra di loro e tuttavia credendo in entrambe”. Si lotta con i denti per la flessibilità nel bilancio nel momento stesso in cui si afferma la necessità del pareggio di bilancio. Siamo al delirio, al caos incontrollabile delle idee che determinano finanziariamente la nostra vita. Tale caos sottostà ad un cosmo, un ordine, ben preciso ed immanente. Semplicemente la maggioranza degli elettori non l’ha ancora compreso. Pazienza: godiamoci la flessibilità.