Parigi. Tempi di rivoluzione in Francia. Rivoluzione liberale, si intende. Guida la sommossa Emmanuel Macron, il trentanovenne ministro dell’economia transalpino, fascinoso filosofo prestato alla finanza, quello che “la Francia abbisogna di giovani che abbiano voglia di diventare miliardari”. Figlio di Adam Smith più che di Rousseau, Macron rivendica il liberalismo quale valore di sinistra, scatenando le ire dei (pochi) gauchisti puri e duri ancora in circolazione, rubando simpatie alla destra moderata e ingraziandosi il favore della borghesia intellettualoide. Le beau gosse de Bercy (il belloccio di Bercy, sede del Ministero dell’Economia, ndr) ha rispolverato la ghigliottina, promettendo di decapitare tutte quelle regole, ragionevoli o meno, che imbrigliano la socialistizzante economia francese.

Sostenitore di Uber, archetipo dei disruptors e della distruzione creativa del capitalismo, Macron ha firmato un primo pacchetto di riforme pro-competitività promulgato lo scorso agosto, tra cui la molto discussa semi-liberalizzazione del lavoro domenicale e la liberalizzazione delle linee nazionali del trasporto su bus, misura presa a favore “delle famiglie più umili, precarizzate e fragili” che non possono permettersi l’esosissimo tariffario dei treni. Non poteva poi certamente mancare il pieno endorsement di Macron alla riforma del lavoro proposta recentemente dalla ministra El Khomri. Tale proposta, pur non attaccando la famosa regole delle 35 ore, vero feticcio del sindacalismo francese, ha sollevato un vivacissimo dibattito che occupa le prime pagine dei quotidiani francesi da un mese a questa parte. Ancora in fase di revisione, la riforma include, inter alia, delle norme che faciliterebbero il licenziamento in caso di contingente difficoltà economica. L’obiettivo dichiarato è quello di aumentare la flessibilità in uscita, puntando sul licenziamento più semplice per incoraggiare, simmetricamente, la flessibilità in entrata. Principi di ordinarie riforme strutturali che però scontentano tanto i patrons, i dirigenti d’impresa, per i quali la legge deficita d’audacia, quanto i sindacati, che gridano al liberismo sfrenato.

Eppure, a dire il vero, il sollevamento popolare, sebbene ci sia stato, si è rivelato abbastanza fiacco per gli standard francesi. Certo, gli studenti parigini hanno fatto immancabilmente un po’ di rumore. Tuttavia, risulta difficile credere che l’occupazione di aule e locali in diversi poli universitari vada oltre un velleitario tentativo di replicare i gloriosi tempi della jeunesse rebelle che fu. D’altronde, protestano contro l’infiltrazione della mentalità d’impresa nella cultura francese gli stessi che poi comprano Apple, il nec plus ultra della mentalità imprenditoriale di successo. Velleità giovanili a parte, dicevamo che si è trattata finora di una sommossa popolare piuttosto smorta per i canoni transalpini. Centomila manifestanti sparsi in tutta la Francia lo scorso fine settimana. Numeri irrisori rispetto a quelli registrati, ad esempio, dalla Manif pour Tous tre anni fa.

Che ad ammansire i ribollenti spiriti francesi siano stati gli occhi blu di Macron? Oppure la rassegnazione di fronte a una disoccupazione che rimane ostinatamente sopra il 10%? O ancora la consapevolezza che il generoso sistema welfaristico (la Francia vanta la più alta spesa sociale rispetto al PIL tra le economie avanzate) si annuncia insostenibile all’attuale, esiguo tasso di crescita? Da notare che anche il Front National, partito che si vuole ancora anti-sistema, non ha assunto una posizione nettamente critica rispetto alla loi du travail. Se Marine Le Pen e il vice-presidente Florian Philippot hanno parlato di regresso sociale, la rampante Marion Maréchal-Le Pen, stellina del FN più vicina al liberalismo economico del nonno Jean-Marie, ha avuto parole di elogio per la riforma in questione.  Insomma, il quadro che ne esce è quello di una Francia scissa nelle sue convinzioni politico-economiche, che flirta con l’amato-odiato liberalismo di stampo anglosassone. Che la crisi esistenziale sia seria lo dimostrano gli articoli de Les Echos, il maggior quotidiano economico-finanziario transalpino, che invitano la classe dirigente francese a prendere esempio dal dinamismo di un personaggio improbabile per i canoni elitari della politica parigina: Matteo Renzi.