Pur non ammettendolo spesso di fronte al grande pubblico, quasi fosse motivo di vergogna, l’Economia si occupa prevalentemente di felicità. L’impianto utilitaristico su cui si basano le teorie neoclassiche racconta di un uomo che ricerca la felicità nella misura massima possibile. Questa felicità è l’oggetto principale dell’indagine, la base di partenza per tutte le teorie. I modelli economici massimizzano l’utilità del singolo e la somma delle utilità dei componenti di una società, definita come benessere sociale. In linea con il pensiero utilitarista, possiamo usare in maniera interscambiabile i termini felicità, soddisfazione, utilità e benessere. In qualsiasi modello teorico, più reddito significa utilità maggiore. Eppure, le ricerche sociali e le misure empiriche della felicità percepita mostrano chiaramente come i modelli descrivano ben poco della realtà che li circonda.

Superata la soglia di sopravvivenza, non si osserva correlazione significativa fra l’aumento del reddito e il livello di felicità, né a livello individuale né collettivo. Com’è possibile che la felicità non sia aumentata considerevolmente dopo trent’anni di prosperità crescente? Com’è possibile che gli americani siano, ad esempio, più infelici dei messicani? È il cosiddetto “paradosso della felicità”, elaborato per la prima volta da Easterlin negli anni Settanta, che evidenzia una discrepanza abissale con i risultati indicati dalla teoria economica. Nel concreto, avere un reddito più alto ha indubbiamente un effetto positivo sul benessere, ma non è – per nostra fortuna – l’unica cosa che conta. Esistono molti effetti collaterali della crescita economica che rendono ambiguo il suo effetto netto sul benessere. Possiamo riassumere le spiegazioni del paradosso in tre punti elementari che chiunque, tranne un economista, capirebbe al volo:

1) L’adattamento. Come spiega Kahneman, psicologo e Nobel per l’Economia, una volta conquistato un livello di consumo più alto ci adattiamo alle migliorate condizioni di benessere e tendiamo a tornare al livello base di soddisfazione dopo poco tempo.

2) Ci paragoniamo agli altri. Osservando i comportamenti ostentativi dei ricchi americani, Torstein Veblen notava già alla fine dell’Ottocento che non è tanto quanto consumiamo a renderci soddisfatti, ma quanta differenza c’è fra i nostri standard di consumo e quelli del nostro gruppo sociale di riferimento. Questo concetto, ripreso da tutta la tradizione istituzionalista, è fondamentale per comprendere come le dinamiche economiche siano inscindibili dal contesto sociale. Non è la ricchezza in sé che ci procura benessere, ma la funzione sociale che ricopre ed i vantaggi sociali che ci permette di ottenere. Nelle società postmoderne, il gruppo sociale di riferimento non è più formato soltanto da appartenenti alla comunità, ma è in larga parte rappresentato da modelli di consumo proiettati dai media che innalzano appositamente la soglia di soddisfazione.

3) La gran parte delle cose che rendono un uomo soddisfatto non passa per il mercato. Dalla salubrità dell’ambiente alla fiducia nelle istituzioni, dai valori morali di riferimento fino alla più importante di tutte: le relazioni non strumentali con gli altri. Tutte queste componenti di una vita buona, come la definirebbe Aristotele, sono in stretta interdipendenza con il funzionamento del mercato pur restandone al di fuori. Da qui la possibilità di spiegare il paradosso analizzando le relazioni fra le scelte di mercato e le altre sfere sociali, come fa la teoria della Crescita Endogena Negativa. La crescita economica ha provocato la distruzione di molti beni tradizionalmente disponibili in maniera comune e gratuita, sostituendoli con beni di mercato. Per fare un esempio banale: se i bambini che vivono in città pericolose e trafficate non hanno più la possibilità di uscire e relazionarsi con gli altri, il mercato provvederà a soddisfare questo deficit di benessere offrendo beni privati, videogiochi, televisori o babysitter.

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Lavoro, massificazione e consumismo nell’opera di Thomas Bayrle

I genitori avranno bisogno di un reddito maggiore per soddisfare questi bisogni, lavoreranno e consumeranno di più generando crescita economica. Avranno quindi meno tempo libero, si muoveranno più nel traffico e contribuiranno alla distruzione ulteriore di beni comuni e gratuiti come città vivibili o relazioni sociali. Il degrado dei beni comuni genera crescita economica. La crescita economica provoca il degrado dei beni comuni. Questa spirale negativa funziona in moltissimi contesti, sia per quanto riguarda i “beni relazionali” in senso lato che per la conservazione dell’ambiente naturale, ed è uno dei motori fondamentali dell’espansione del mercato nei Paesi sviluppati. Il maggior benessere provocato da un maggior reddito viene quindi compensato negativamente dalla contemporanea distruzione di altri beni non di mercato.

L’Economia neoclassica, ignorando completamente l’uomo, basa le sue considerazioni sulla felicità di un individuo isolato, a-sociale e decontestualizzato, che ricava il suo benessere unicamente dal consumo sul mercato in base al reddito che ha a disposizione. Le determinanti del benessere che non passano per il mercato, pur essendo ad esso intrinsecamente legate, restano fuori da qualsiasi considerazione, quasi del tutto invisibili agli occhi dell’economista. Questa visione antropologica è la base per ogni analisi scientifica dei problemi economici, e di conseguenza per le soluzioni politiche messe in atto per risolverli. Ma il falso scientifico che l’homo oeconomicus rappresenta è ormai ben lontano dal poter essere considerato come approssimazione teorica dei comportamenti economici, costituendo di fatto una giustificazione fallace dell’ideologia liberista. La sua funzione, come la storia ha ampiamente dimostrato da Pinochet in avanti, è quella di fornire supporto pseudo-scientifico ad un sistema di potere. E il risultato, ben visibile nella realtà contemporanea, è che le soluzioni proposte dalla teoria economica si dimostrano sempre più fallimentari per lo sviluppo reale del benessere collettivo. Chiunque, tranne la maggior parte degli economisti, capirebbe che è arrivato il momento di cambiare idea.