Monotonia, ovvero la “sgradevole ripetizione o insistenza di un motivo invariabile” (Google). Un eterno ritorno dal ciclo talmente breve da concludersi e ripartire nell’arco di massimo due mesi. La crescita c’è, ma non si vede. Le stime verranno riviste al ribasso. Lavoreremo per la flessibilità. Sbatteremo i pugni sul tavolo. Cercheremo lo “zero virgola” per i terremotati. Colpa della Brexit. Ci sono i gufi. Il Ponte sullo Stretto. L’Italia cambia verso. E tutto ricomincia daccapo. È sempre la solita musica: la puntina che salta sul disco in vinile di un artista stonato. I tre interpreti Monti, Letta e Renzi, i primi appartenenti all’era post-golpe finanziario 2011, non hanno saputo che menzionare la fede, la speranza nel futuro, la crescita sempre più vicina ma mai abbastanza da poterci raggiungere, in una speciale rilettura del Paradosso di Achille e la tartaruga. Certo è che Zenone apparteneva alla categoria dei filosofi, mentre la politica e, ancor più, l’economia sono nei dati più oggettive di qualsiasi altra cosa. Il Paradosso diventa una cantilena inaccettabile e al limite del delirante, lontana anni luce dal reale bisogno del popolo: quello della crescita, del sostegno statale, di un posto di lavoro certo e ben retribuito.

“Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo […] L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!”. Ne La Gaia Scienza Nietzsche esponeva la natura circolare del tempo, ma se è vero che il tedesco parlava di una dimensione della realtà universale, al Governo Renzi è richiesto soltanto di spezzare il circolo vizioso che incatena l’Italia ad una deprimente stagnazione. L’economia è una creazione umana, nata per necessità e sviluppatasi: ha aperto succursali, alcune delle quali degenerate, come la finanza speculativa. Essendo essa una creazione umana è possibile intervenire fisicamente per costruire un futuro migliore. Di fronte alla crisi più perdurante dai tempi del ‘29 è necessario un approccio diverso, una economia “del martello”, la demolizione degli idoli neoliberisti incastonati nella natura dell’UE che costringono l’Italia ad una austera gestione dei conti pubblici che nulla a che fare con il benessere reale. Prende ancora più colore l’affermazione di Federico Caffé: “al posto degli uomini abbiamo sostituito i numeri e alla compassione nei confronti delle sofferenze umane abbiamo sostituito l’assillo dei riequilibri contabili”. Questo assillo ci ha fatti cadere in un limbo, emulando un Matthew Mcconaughey alle prese con lo spazio profondo di Interstellar.  Il dovere di cronaca sopprime la paura di contribuire al circolo vizioso delle informazioni eternamente ritornate: nel DEF la crescita per il 2016 si stima allo 0,8% e all’1% nel 2017. Il rapporto deficit/PIL dovrebbe toccare il 2,4%, flessibilità permettendo. Quest’ultima ansiogena attesa verrà interrotta solo e soltanto con il via libera dell’UE, il cenno d’assenso che permette di espandere dello 0,4% il deficit, una somma minuscola pari a 6 mld che andrebbe a colmare i buchi del fondo per i migranti (che il Tesoro ha descritto come “vuoto”) e a sostenere la ripresa post-sisma.

Nel 2016, nell’eterno ritorno delle stime al ribasso, l’avanzo primario, ovvero la differenza tra entrate e uscite del bilancio dello Stato senza calcolare i costi degli interessi sul debito, sarà nuovamente positivo: così è dal 1995, ovvero da circa 21 anni si sottrae all’economia reale con le tasse più di quanto non si immetta con la spesa pubblica. Si sta, in sostanza, succhiando il risparmio italiano con la minuziosità del Conte Dracula ma, anche questo, continua ad accadere da un ventennio e da un ventennio lo si dimentica. Ci si trova senza ombra di dubbio in un loop dalla portata che nemmeno Asimov avrebbe potuto immaginare, costretti per l’ennesima volta a inginocchiarci verso le istituzioni europee porgendo con una mano tremolante la legge di Stabilità, sperando di avere l’approvazione. Anche un “6 -” andrebbe più che bene, purché si preservi la credibilità politica del governo italiano, o meglio, si conceda uno spazio di manovra sufficiente ai media per poter riparare le cose e permettere alla zattera di non affondare. Poi, dietro alle telecamere, ci si ritrova a piangere per una “flessibilità”, un delta rispetto ad un riferimento, i vincoli di bilancio, perni di una rigidità artificiosamente imposta totalmente incapaci di riattivare una domanda anemica e stagnante. Ecco che l’austerità viene a configurarsi come Uroboro, il serpente richiamato da Nietzsche che si morde la coda: una visione allucinogena dalla quale basterebbe svegliarsi per poter tornare a pensare agli interessi del Paese (e smettere di prendere in giro l’elettorato).