“Con le riforme sale il Pil, senza riforme sale lo spread”. Così Matteo Renzi twittava il 15 novembre. Se Mentana ogni due giorni si lamenta sul proprio profilo Facebook dell’estenuante campagna referendaria (e non è l’unico), ormai anche gli economisti (quelli seri) ascoltano con orecchie diverse. Quasi l’apprezzano. Purtroppo in 140 caratteri è possibile sentenziare senza dover giustificare la propria tesi: in questo caso Renzi non avrebbe in alcun modo potuto. Abbinare il destino delle riforme, è pacifico il riferimento a quella costituzionale, all’andamento dell’economia del Paese è generalmente fuorviante e scorretto. Non si comprende come il “superamento del bicameralismo paritario”, la riforma del Titolo V o l’aumento del numero di firme per le leggi popolari potrebbe influire sull’entità degli investimenti, nazionali o esteri che siano. La riforma costituzionale concerne la sfera istituzionale e democratica: sfiora, solo di striscio e delicatamente, quella economica. Diverso è il discorso relativo alla sfera finanziaria, da non confondersi con quella dell’economia reale. È la seconda parte del tweet che la richiama all’attenzione: “si alza lo spread” se si interrompe l’impeto riformatore del governo.

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Evoluzione dello spread tra BTP (Italia) e BUND (Germania) nell’ultimo mese (Fonte: Il Sole 24 Ore).

Repetita iuvant. Per “spread” s’intende la differenza tra i tassi di interesse pagati sui titoli di Stato italiani (BTP a 10 anni) e tedeschi (BUND a 10 anni). Fu menzionato per la prima volta nella calda primavera del 2011, quella che portò alla lettera estiva della BCE e al golpe finanziario d’autunno. Quando si origina lo spread? Senza entrare in noiosi e oscuri meandri della materia finanziaria, si può affermare che si origini nel momento in cui gli investitori vendono in massa i titoli di Stato italiani. Quando un titolo viene largamente offerto il prezzo si abbassa e (illogicamente per i non addetti ai lavori) il tasso di interesse si alza. Solitamente i BTP vengono venduti in scenari di incertezza sul futuro prossimo e quale incertezza potrebbe mai superare quella di un referendum costituzionale sponsorizzato e personalizzato dal Presidente del Consiglio dei Ministri? La verità è che lo spread, finché resta a livelli controllabili come quelli attuali, è più un messaggio politico che altro. Un avvertimento: se le cose si mettono male per Renzi si potrebbe rivivere un 2011 bis, con tutti gli scongiuri del caso. In altre parole c’è chi ipotizza una vendita in massa per costringere alle dimissioni, in caso di vittoria del NO, il Premier italiano. Che il segretario del PD non venga visto di buon occhio all’interno dell’UE è cosa nota: abbaia e non morde, rimane sottomesso, ma cavalca anch’egli l’onda del “populismo”, o meglio il malcontento verso le istituzioni tradizionali. La flessibilità, in fondo, è un posticipo di quel tanto voluto pareggio di bilancio pontificato da Bruxelles. Tutto al momento è però ridotto ad una partita a scacchi. L’UE non è abbastanza forte da negare la spesa a Renzi e in fondo spera in una vittoria del SI che, se dovesse accadere, potrebbe facilmente essere trasformata in un fenomeno mediatico pro-establishment utile a tamponare i nazionalismi nascenti. Sostegno a tempo determinato: tutto fermo e rimandato al 4 dicembre. Alla luce di questa analisi appare quindi lampante come il referendum italiano non c’entri nulla con la sfera economica. È pura politica, giocata con spread e terrorismo finanziario. Il messaggio che manda è più vicino ai piani alti che all’operaio di provincia: “Premier avvisato mezzo sfiduciato”. Non si comprende se Renzi sia conscio di tutto ciò. Probabilmente si, ma da buon comunicatore gli risulta più facile mistificare la teoria economica in favore della propria campagna elettorale.

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Previsioni di crescita del PIL nel 2016 (Stime FMI, Aprile e Luglio 2016). L’Italia rimane sotto la media della zona euro (Fonte. The Economist).

Tra gli altri cavalli di battaglia di questi giorni echeggia, ad esempio, la crescita del PIL nel III trimestre che si attesta allo 0,3%. Il motivo di vanto del nostro esecutivo è che “la Germania è cresciuta meno di noi [0,2%, ndr]”: certo, ma su base trimestrale. Guardando alla crescita annualizzata acquisita durante il 2016 l’Italia è penultima in Europa con un +0,9% (battiamo solo la Lettonia). Dato non positivo, anzi allarmante, anche guardando alla media dell’Eurozona che raggiunge un comunque anemico +1,6%. Ancora più drammatica è, a dire il vero, lo sbandierare tre decimi di PIL accumulati durante la stagione estiva: si trattasse di un paese scandinavo o dell’ex blocco sovietico si sarebbe giustificati ad urlare al miracolo, ma l’Italia ha una economia che trae storicamente forte beneficio dal turismo. Era quindi teoricamente prevedibile un rimbalzo provocato dalla domanda interna dallo zero del II trimestre: non si dovrebbe in ogni caso “#staresereni”, utilizzando il linguaggio del (finto) giovane Premier Renzi. È solo politica spiccia, di bassa lega, propagandistica, demagogica e ignorante (nel senso che ignora la teoria economica) quella che imperversa alla vigilia del referendum: che si sbrighi ad arrivare. Perchè va bene parlare di Trump e Brexit, ma anche il nostro Paese attende risposte in materia economica. Magari coerenti e concordi con la letteratura scientifica, non fantascientifica. Asimov capirà.