Il vero oro, l’unico petrolio dell’era contemporanea sono i dati: i nostri dati. Più precisamente si tratta di quelli contenuti nei server delle principali società telematiche: Google, Facebook, Skype, Yahoo!, Microsoft e moltissime altre, esattamente quelle di cui adoperiamo ogni giorno i servizi, fra pc, tablet o cellulare. Sulla rete informatica circolano tutte le nostre principali informazioni: i tabulati telefonici, le mail, la messaggistica, e quindi chi conosciamo, chi contattiamo, di cosa parliamo. Non solo, vi sono anche le nostre informazioni sanitarie, il nostro stato finanziario, e ancora cosa ci piace leggere, ascoltare, guardare. In pratica la nostra vita, pertanto fruire di quei dati significa possedere le nostre esistenze; in una parola, controllo.

Ai giorni nostri due parole vengono evocate regolarmente: trasparenza e privacy. Sebbene entrambe siano esaltate come necessarie e principali, nessuna delle due è stata mai davvero preservata, a cominciare proprio dalla privacy perché, si diceva, conoscere i nostri dati concede a chi li possiede un enorme capacità di controllo. Ma come far sì che i cittadini lascino invadere la propria sfera privata? Letteralmente “terrorizzandoli”. Subito dopo l’11 settembre il congresso americano emanò il “Patriot Act”, una legge che ha permesso alla NSA (National Security Agency) di collezionare i dati di decine di milioni di americani (e non solo) senza giustificato motivo e a loro insaputa, con la sola scusa che così facendo sarebbe stato scovato ogni potenziale terrorista. La notizia, scoppiata tempo addietro con il caso Snowden, ha portato pochi giorni fa all’entrata in vigore del “Freedom Act”, il quale ha lo scopo principale di vietare al NSA di continuare ad archiviare le chiamate telefoniche senza un valido motivo. Il grosso del problema tuttavia rimane, giacché nulla si vieta per quanto riguarda i dati personali che circolano sul web, alla raccolta dei quali acconsentiamo noi stessi ogni volta che scarichiamo un programma, un’applicazione, o un qualsiasi servizio telematico.

Dopo l’attentato di gennaio a Charlie Hebdo si richiese l’urgente raccolta dati delle compagnie aeree, e dopo l’ultimo finimondo scatenatosi a Parigi? Hollande ha deciso di iniziare una serie di bombardamenti in Siria; Renzi, da parte italiana, ha concesso 1 miliardo in più alla sicurezza, di cui 150 milioni per la cosidetta “cybersicurezza”, ovvero? Lo ha spiegato il Premier stesso: “«Non cediamo a racconti stereotipati, bloccare le frontiere non può essere la soluzione contro il terrorismo. Quali frontiere? Dove? Ci vogliono più controlli, usando i sistemi digitali, controlli facciali, mettere ogni telecamera a disposizione della forza pubblica, unificare i sistemi di controllo. Ognuno di noi lascia tracce, dobbiamo seguirle, taggare le persone”, e conclude: “non credo che sia un attentato alla privacy”. Il dubbio tuttavia sovviene, poiché da quando la NSA americana raccoglie dati i fenomeni terroristici non sono diminuiti, né soggetti “sospetti” sono stati arrestati, mentre per certo la riservatezza di milioni di persone è stata pesantemente violata. La “cybersicurezza” italiana sembra essere una gemella più piccola ma parimenti pericolosa, e permetterà al governo di accedere liberamente alle nostre vite, mentre alle famose “frontiere”, dove un terzo di chi le sorpassa rimane senza nome o sparisce senza lasciar tracce, non verranno intensificati i controlli.

Come sottolinea Daniel Weitzner, il direttore dell Internet Policy Engineering Initiative del MIT (Istituto di Tecnologia del Massachussetts), fornire ai governi libero accesso ai dati criptati è un espediente comodo ma molto pericoloso. Sarebbe “come lasciare le chiavi di casa sotto lo zerbino”, in quanto concedere allo Stato questo potere “pone rischi per la sicurezza di gran lunga più gravi, tanto da mettere in pericolo l’innovazione su cui dipendono le economie mondiali”. Adesso vi sentite più “sicuri”?