La Germania sostenuta dagli altri membri dell’Eurozona continua a imporre politicamente ed economicamente le proprie regole fiscali dopo 5 anni di cure che hanno aggravato il paziente. E’ ormai chiaro che Atene non possa più stare dentro questa rigidità eurocratica anche, ma non solo, perché certi atteggiamenti passati del popolo greco non sono stati esattamente probi e i governi a guida Pasok che si sono susseguiti tra gli anni ’80 e il 2010 non hanno seguito la strada maestra del riformismo quando ne avevano la possibilità, ovvero quando la Grecia stava bene. Già, la Grecia prima del 2008 stava meglio… Perché? Perché le banche dei paesi del Nord sottovalutando erroneamente il rischio paese prestavano e investivano come se non ci fosse un domani, ne sono  dimostrazione i tassi di interesse reali dei paesi mediterranei più bassi degli stessi tassi che vi erano in Germania. L’euro a due facce, quella buona prima della crisi e quella cattiva dopo la crisi, è una favoletta che gli economisti continuano a raccontarci, ignari che prima o poi sarà la realtà fattuale a sbatterci in faccia il conto mortale di tutti gli errori attuali delle istituzioni europee. Prima del 2008 alcune economie erano volutamente drogate, in questo modo è stata  pompata la domanda dei paesi del Sud affinché gli stessi greci comprassero le Bmw tedesche. Poi è arrivata la crisi che non è più come qualche economista racconta in giro “la crisi dei mutui sub-prime”.

No. Questa è la crisi dell’euro, la seconda parte post-2008, la sua faccia più vera e che non si nasconde dietro ai prestiti infiniti e alla illiquidità illimitata. Il governo greco guidato da Syriza, una coalizione tra un partito di estrema sinistra, statalista in economia e un partito di destra nazionalista ha promesso durante la campagna elettorale dello scorso gennaio la fine dell’austerità. Le posizione politiche con il passare del tempo si sono radicalizzate, Tzipras poteva scegliere subito, forte della vittoria a febbraio, di uscire dall’Euro. Non lo ha fatto. Ha pensato erroneamente che si sarebbe trovata una soluzione, tra un haircut sul debito, qualche concessione fiscale e un impegno a portare avanti le “riforme strutturali”. Bene: oggi Tzipras scopre la portata politica del gulag eurocratico, l’esibizione muscolare del governo tedesco con i suoi fidi cagnolini e che non abbaiano, tra cui Renzi e Hollande, nani politici senza vergogna che si ergono a rappresentanti della socialdemocrazia europea. E dove sarebbe poi questa democrazia, solidale sì fino a quando per l’appunto fa vendere macchine alle case automobilistiche tedesche? Non si riesce proprio a capire perché sia stato delegittimato in questo modo il referendum che Tzipras ha formulato la scorsa settimana. Il referendum indetto dal governo greco non è stata soltanto la scelta obbligata tra morire da schiavi e morire da uomini liberi, scelta che spetta ai cittadini: è anche e soprattutto il frutto acerbo di questo radicalismo europeo, del fallimento delle trattative messe sul tavolo tra debitori e creditori.

Il rifiuto di negoziare per un’uscita concordata della Grecia dall’Euro-zona è la conseguenza di imposizioni neo-liberiste totalmente annacquate al tempo della deflazione e del dramma della disoccupazione. Questo aspetto Renzi e Hollande, rappresentanti, si fa per dire, di due paesi come Italia e Francia, non sembrano averlo capito. Così come non sembrano aver capito che o si corregge la rotta mettendo sul piatto una nuova iniziativa per vincolare i membri dell’euro attraverso un’unione fiscale e di bilancio e sottoscrivendo collettivamente l’introduzione di Eurobond così da mettere sul serio in difficoltà la Germania, oppure il Titanic europeo affonderà e con esso, si spera, tutti questi pavidi politicanti, che hanno la colpa, grave, di avere fino a qui dato carta bianca alla destra merkeliana. Sbaglia nel suo atteggiamento velleitario anche Tzipras, che ha avuto la giusta tattica di demandare l’ardua scelta al popolo greco, ma che al tempo stesso non ha perseguito alcuna buona strategia con i suoi creditori. Lo dimostrano anche le sue accuse di questi giorni quando il governo di Atene ha adottato misure di controllo dei capitali, puntando il dito contro forse l’unico funzionario europeo che ha cercato di fare politica: Mario Draghi. Il Presidente della BCE è una figura di per sé debole all’interno della banca centrale perché purtroppo deve tenere a bada i falchi dell’austerità tra i quali spicca Hans Weidman, l’attuale presidente della Bundesbank. Se si è arrivati in questa situazione è perché durante e anche dopo i negoziati non è prevalso il buonsenso da parte di istituzioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale o da parte di autorità politiche come Angela Merkel che, seppur legittimamente, badano solo ai propri interessi. Ma se vi sarà ( e vi sarà in ogni caso) un bagno di lacrime e sangue che continuerà a guardare esclusivamente ai conti pubblici, esso sarà legittimato da qualcosa, la sinistra, che in Europa non c’è mai stata e che invece si è manifestata nella storia europea con le sembianze e i colori neri e nazionalistici della tragedia e della fame. E’ bene che Hollande e Renzi tornino a studiare gli anni ’30 del secolo scorso. Così, forse, capiranno cosa ci attende. Ma per instaurare un dibattito serio non occorre andare troppo indietro, basterebbe sforzarsi di guardare all’oggi, di osservare la politica economica del Giappone del Premier Shinzo Abe o degli Stati Uniti per capire cosa andrebbe fatto. Cosa va fatto. E però ci vuole qualcosa di più del dissenso tzipriota. Ci vorrebbe un grande coraggio politico, una visione che in questa Europa manca almeno da un ventennio. E infatti mentre le altre potenze mondiali in questa fase stanno recuperando, noi è il caso di dirlo, siamo ancora alle calende greche.