Siamo oramai in dirittura di arrivo, ancora pochi giorni e sapremo il risultato di questa estenuante campagna referendaria. I toni, infatti, negli ultimi tempi si sono fatti sensibilmente più accesi, aspri e al contempo tragicomici. Da una parte abbiamo il Premier Renzi che afferma “chi vota No vota per la casta”, addirittura appellando i sostenitori del no “accozzaglia” – forse dimenticandosi di essere presidente di tutti gli italiani, e non dei suoi soli sostenitori-; dall’altra sponda Grillo controbatte: “i sostenitori del Sì sono i killer del futuro dei nostri figli”. Fra i due litiganti prova a infilarsi Berlusconi, che non gode affatto ma tenta un affondo altrettanto apocalittico: “se vince il Sì c’è rischio di dittatura”.
I comici, insomma, pare proprio non manchino, ma si tratta di particine, comparsate, macchiette simpatiche ma non di interventi da protagonisti. Chi dunque il capocomico? Il mercato, ovviamente. In un tale marasma non possono difatti mancare le minacce finanziarie da “armageddon”, tanto che è stato riesumato perfino il caro vecchio “spread”, che dopo due anni di relativa calma è tornato – guarda un po’- a fare il birichino, salendo e scendendo disperatamente. Queste commedie però hanno un canovaccio ormai fin troppo conosciuto, pertanto sì, fanno sorridere, ma non preoccupano certo nessuno.

Ricordiamo tutti proprio lo spread, sconosciuto prima del 2011, fin quando l’allora Premier Berlusconi venne caldamente “invitato” a lasciare il proprio incarico per più “sagge” mani. Che cosa è stato dello spread subito dopo? E’ finito nel dimenticatoio non se ne è curato più nessuno, come dovrebbe succedere anche oggi, a meno che non si sia investito direttamente in Btp. Questo indice non è infatti altro che la differenza tra il valore dei titoli di Stato italiani e quelli tedeschi, pertanto se non avete comprato i titoli in questione potete dormire sogni tranquilli, perché che valga 100 come 1000 poco importa, economicamente non cambia nulla. Per quanto riguarda le borse stesso discorso, si tratta, appunto, di indici finanziari, e la finanza non è altro che una scommessa privata. Milano, Francoforte, Parigi, Tokyo, Wall Street; queste piazze aprono in negativo o in positivo ogni giorno, cambiano di valore dalla sera alla mattina, di minuto in minuto, eppure nessuno – investitori a parte – se ne è mai accorto. Oh, certamente, nel 2008 ce ne siamo accorti tutti, ma soltanto perché i più grossi investitori (banche & affini) hanno investito – azzardato – enormi quantità di denaro (poi perso), e si trattava di capitale pubblico; sì, insomma, dei nostri soldini (cosa che continuano a fare tuttora, ma la faccenda è piuttosto lunga e complicata da raccontare).

Fandonie? Fantasie? Sarà, ma di esempi nell’ultimo anno ne abbiamo avuti diversi. Ad esempio, prima che l’Inghilterra optasse per il “leave” i mercati minacciavano enormi ripercussioni, disastri immani, tsunami monetari. Vero, verissimo, infatti il giorno successivo al voto vi è stato in borsa un capitombolo di 100 miliardi di dollari, denaro ancora una volta privato, di quei privati che avevano scommesso sul “remain”; a parte questo evento “negativo”, da allora la piazza inglese non ha smesso di prosperare, e la sterlina, svalutando, ha permesso alla Gran Bretagna di recuperare competitività e quindi aumentare le esportazioni.Veniamo ora al più “cattivo” di tutti, il neo eletto presidente degli Stati Uniti nonché miglior parrucchino dell’anno: Donald Trump. Anche in questo caso, a pochi giorni dal voto i sostenitori di Hillary Clinton, finanzieri in primis, hanno cominciato a mostrare scenari catastrofici in caso avesse vinto The Donald. Risultato? Il Tycoon ha fatto il pieno di voti e Wall Street, dei primi otto giorni dall’elezione, ne ha aperti sette in positivo, e a quanto si può leggere sui quotidiani americani nessuna cavalletta è stata scorta oltreoceano. Dunque, i mercati minacciato tonfi e ripercussioni in caso di No al referendum? Lasciateli fare, si vede che, nel caso, hanno scommesso sul cavallo sbagliato. “E se dopo un “No” dovessimo uscire dall’euro, come sostiene il Financial Times?” si chiederà qualcuno. Be, questo sarebbe decisamente un ottimo motivo per correre a votare. A votare No, ovviamente.