Il reddito di cittadinanza è un programma presentato in Senato dal Movimento 5 Stelle e con alcune varianti da Sel. L’obiettivo è un serio contrasto ad un tasso crescente di povertà. Misura probabilmente più efficace degli 80 euro elettorali propugnati da Renzi perché alla sua base il reddito di cittadinanza ha un modello di tipo universalistico e non di tipo selettivo. Dobbiamo però, prima di introdurre le differenti sfumature con cui si può approcciare al tema, tenere in considerazione che stiamo valutando  un programma di spesa assai oneroso e che ha come base di merito una logica redistributiva, il che vuol dire un principio di equità. L’Italia ha sicuramente dei problemi da questo punto di vista: la crisi sociale è sotto gli occhi di tutti e i vari governi che si sono succeduti negli ultimi anni non sono riusciti a riassorbirla. Ma il problema che si viene a creare sulla politica sociale è una diretta conseguenza di: primo,  una politica economica inefficace e restrittiva sia sulle variabili fiscali sia sulla libertà dei prezzi, in specie del tasso di cambio; secondo, un welfare deteriorato e che dovrebbe essere riqualificato;  terzo, un apparato burocratico lento, lentissimo, al quale non si è rimediato con alcuna riforma efficace sulla giustizia civile. Per quanto riguarda il prim punto – sulla politica economica- le due carenze che si registrano sono da una parte tasse e balzelli vari che invece di diminuire sono aumentati e, dall’altra, una spesa pubblica con la famosa parolina “investimenti” che qualcuno prima o poi dovrà innalzare se si vuole far ripartire l’Italia. Le urgenze quindi sono altre.

Entrando invece nel merito della questione uno strumento anti-povertà è certamente importante. essendo sul tavolo -o in qualche cassetto ministeriale- dal 1992, da quando  l’allora Comunità Economica Europea ci raccomandava di attuare un dispositivo “globale e coerente” di lotta all’emarginazione sociale: gli 80 euro effettivamente non sono riusciti a contrastare questo doloroso fenomeno, generatore di ineguaglianze. Bisogna con altrettanto dovere di cronaca osservare che il 1992 per l’Italia non è il 2015: tra queste due date vi è un forte, radicato, indubbio cambiamento della crescita economica e, correlata ad essa, del modello economico dominante, promosso in modo diretto e cosciente dalla sinistra italiana. In secondo luogo la direttiva europea in questione non è esattamente la stessa cosa propugnata dal Movimento 5 stelle: in altre parole il reddito minimo garantito non è il ben più costoso reddito di cittadinanza. Quest’ultimo infatti rappresenterebbe, nei termini della proposta grillina, un disincentivo a lavorare. Il reddito di cittadinanza permetterebbe un trasferimento di liquidità dallo Stato al cittadino, indipendentemente se costui ha o non ha interesse a lavorare o sta cercando un lavoro: l’unica soglia richiesta per questo tipo di misura è il compimento della maggiore età. Il costo stimato per questo tipo di provvedimento è di 17 miliardi, circa 7,5 miliardi in più della manovra di Renzi sul bonus Irpef pagato da tutta la collettività. L’importo sarebbe pari a 780 euro mensili per un individuo che non ha carichi famigliari, con delle diminuzioni ogni volta che il reddito sale sopra lo zero. 780 euro netti al mese sono tanti e i cittadini ai quali dovrebbe andare questa forma di sussidio sono all’incirca 9 milioni. Riteniamo quindi che il costo vada ben oltre i 17 miliardi dei quali parla Grillo e, con gli attuali problemi di finanza pubblica (si pensi per esempio alla nuova manovra sulle pensioni) si rischia di innescare un’implosione totale dell’Inps. Alla lista della spesa bisogna poi aggiungere le coperture: come si finanzia il reddito di cittadinanza? Banale Watson: 1,5 miliardi di nuove tasse sulle imprese, tagli della politica e dei costi della pubblica amministrazione…insomma la solita lista della spesa. Avrebbe più utilità come proposta ragionare su interventi di tipo decentralizzato, ovvero non a carico dello Stato centrale -anche perché erogare prestazioni di questa consistenza a livello centrale richiederebbe una struttura amministrativa molto efficiente che l’Italia non sembra avere.

Suonerebbe invece meglio come modalità di sussidio il reddito minimo garantito o il salario minimo. Il primo limita l’erogazione al sussidio a determinati requisiti. Questo programma di spesa in realtà ha caratteri simili al reddito minimo di inserimento promosso dai governi di centro-sinistra nel 1999. Sembra non abbia sortito gli effetti sperati proprio perché nel 1999 il sistema economico italiano stava già sperimentando da qualche anno una politica economica che sta portando questo paese allo sbando, oltre che alla decrescita. Discorso ancora diverso è il salario minimo, ma quest’ultimo favorirebbe chi un lavoro ce l’ha già e presuppone una contrattazione salariale non più di tipo nazionale. Bisogna anche dire che il salario minimo pur essendo meno inclusivo, avrebbe effetti buoni e di smagrimento sulla cassa integrazione (che negli ultimi 5 anni ha bruciato qualcosa come 60 miliardi di euro). Pertanto quando si parla di reddito di cittadinanza, cui prodest? Chi ne beneficia? Tutti e quindi nessuno: i conti pubblici non lo sopporterebbero e, anziché il lavoro, verrebbe promossa l’assistenza. Questi sussidi hanno come target i poveri, non i disoccupati. L’Italia invece deve tornare a crescere e deve ricreare posti di lavoro (1 giovane su 2 è a casa in questo momento). E’ la prima delle urgenze, la prima delle priorità, se non vogliamo un altro decennio di crisi.