Prendete gli Stati Uniti. Prendete gli Stati Uniti in prossimità di una tornata elettorale. Visualizzate Hillary Clinton, Bernie Sanders e l’ipocrisia che circonda la lotta per la nomina. Togliete l’ipocrisia, e con lei i proclami urlati da un piedistallo e la folla posta dietro al candidato che esulta praticamente a comando. Rimangono i due contendenti: al momento è in prima pagina Sanders, grazie al suo tris Hawaai – Alaska – Washington che lo riporta sotto nella sfida contro la Clinton. Cavalchiamo l’onda dell’attualità: parliamo del suo programma. Di stampo post-Keynesiano, quasi una blasfemia negli USA del 2016, tuttora ancorati al principio liberista e liberale condito da Sogno Americano e “God bless America”, Bernie punta tutto sulla riduzione delle disuguaglianze, attraverso un forte intervento dello Stato.

Nel primo punto si parla di una tassa progressiva di successione, che andrebbe a colpire lo 0,3% degli americani, che ereditano più di 3,5 milioni di dollari, nonché una sorta di Tobin tax da applicare a Wall Street che “ha portato milioni di americani a perdere il loro lavoro, la loro casa, i loro risparmi”. Una manovra che sa di risarcimento a carico della finanza: sorge qualche dubbio riguardo alla sua efficacia reale. Altro mattone pesantissimo sulla testa dei liberisti è l’innalzamento del salario minimo dagli attuali 7,25 dollari/ora a 15 dollari/ora entro il 2020. Un tale aumento potrebbe senza dubbio portare ad un irrigidimento del mercato del lavoro, nonché ad una immediata e successiva lotta da intraprendere contro il mercato nero: è innegabile, comunque, l’eventuale benefico effetto sulla domanda di beni che si genererebbe da un tale aumento dei salari. Investimenti pubblici in infrastrutture per 1000 miliardi di dollari che impiegherebbe 13 milioni di disoccupati e un programma per l’occupazione giovanile da 5,5 miliardi. Ritrattare trattati commerciali come NAFTA, CAFTA e PNTR, attraverso una politica commerciale che strizza l’occhio al termine “protezionismo”: “se dobbiamo comprare i prodotti cinesi, essi dovranno essere prodotti in USA”. Altro tema cardine che vede negli Stati Uniti il fanalino di coda è la sanità, tallone d’Achille di uno Stato il cui sistema è mantenuto in vita da assicurazioni sanitarie che prosciugano letteralmente il reddito netto delle famiglie. Sanders vorrebbe estendere il cosiddetto Medicare a tutti gli americani che finanziano l’Healthcare system smantellando l’Obamacare e ricostruendo l’intero sistema da zero. Altro diritto che vorrebbe estendere a tutti i ragazzi meritevoli è l’università: college alla portata di ogni studente volenteroso, indipendentemente dalla sua disponibilità a spendere, dal suo reddito. Asili nido per tutti e uguaglianza salariale uomo/donna sono altri punti del suo programma, ma l’ultimo sa di minaccia per le grandi corporation: frammentare le grandi corporazioni finanziarie per sfatare il mito del “too big to fail”.

Un programma così coraggioso, audace e a favore del popolo non si vedeva da tempo negli Stati Uniti. Difficile credere che tutti i suddetti punti possano essere raggiunti, pensando alla paranoia tutta americana del Fiscal Cliff e all’attenzione dedicata al deficit generale, nonché alla fortissima influenza del potere economico/finanziario che preme sul Congresso. Orde di critici sono intenzionati a condizionare la campagna elettorale del post-Keynesiano, puntando sull’insostenibilità delle manovre proposte e sull’inutilità nel lungo termine di un aumento della spesa pubblica. Tale posizione ha una visione limitata e non tridimensionale della filosofia economica di Sanders. L’idea del candidato socialista è quella di sfruttare a pieno regime le potenzialità ad oggi latenti della capacità produttiva statunitense: paradossalmente vi è la tendenza generale a sottovalutarla, come se fosse passata di moda. Il 74enne Sanders, invece, ha la volontà, perlomeno apparentemente, di ribaltare il clima di rassegnazione che impregna tutta la società americana, soggiogata dai poteri forti che hanno reso l’eroica classe media una minoranza. Il miglior investitore in tempi di crisi è lo Stato, l’unico che in ultima istanza è in grado di sperare quando gli altri hanno smesso da tempo di farlo: è questo il pensiero che sfugge alla critica. Spendere oggi per risparmiare domani: rilanciare l’economia e poi far rientrare il deficit fisiologicamente quando non ce ne sarà più bisogno. Quanto sia realizzabile nessuno lo può sapere con certezza. Non resta che attendere il responso degli elettori americani.