L’Eurozona sopravvive perché attaccata alle macchine. L’eutanasia non è contemplata, l’agonia è celebrata come un successo. Ciò a cui si sta assistendo in questi mesi è un nuovo aumento della forbice Target2 tra i paesi del nord e del sud Europa. In altre parole, la Germania, forte esportatrice in surplus con l’estero, sta accumulando crediti Target2 a discapito di (quasi) tutti gli altri paesi dell’area Euro, principalmente Italia e Spagna. È di ieri infatti il dato che attesta il deficit italiano di luglio a 326,9 miliardi di euro, in aumento da 6 mesi consecutivi. Deve inoltre far pensare il fatto che questo dato rappresenti un record negativo storico per la nostra economia, avendo superato persino il deficit riscontrato tra la fine del 2011 e la prima metà del 2012. Non fu una coincidenza il fatto che proprio in quegli anni si assistette alla crisi degli spread e alla conseguente caduta di Silvio Berlusconi, sostituito da Mario Monti, uomo di fiducia delle élite europee.

Il sistema Target2, decisamente oscuro e complicato agli occhi dei non addetti ai lavori, si limita ad un semplice fatto: la Germania esporta molto più di quanto importa e accumula crediti atti ad autorizzare le transazioni dei soggetti esteri. I paesi mediterranei, che dall’entrata nell’euro divenuti importatori, trasferiscono beni tedeschi nelle proprie economie in cambio naturalmente di una somma di denaro. I mediterranei, quindi, accumulano debiti Target2, originati dal pagamento della merce importata. Tali debiti dovrebbero essere onorati (e i crediti tedeschi dovrebbero essere riscossi) tramite l’acquisto da parte della Germania di prodotti mediterranei (spagnoli o italiani), cosa che non avviene. Entra quindi in gioco la BCE che sostiene l’intero sistema interbancario artificialmente per evitare che crolli. I teutonici si rifiutano infatti di abbandonare la strategia mercantilista basata sulle esportazioni, per loro principale fattore di crescita, stimolate dalla svalutazione interna derivante dall’euro, per loro moneta sottovalutata e quindi propensa a far esportare.

Il risultato porta addirittura i tedeschi a non rispettare i trattati europei che pongono al 6% il limite di surplus della bilancia dei pagamenti: oggi quella tedesca ha raggiunto un esorbitante 8,8% (la Cina dal 2008 non supera il 5%, oggi a 2,7%). Il risultato è un accumulo di crediti che paradossalmente non giova ai tedeschi. Un esempio per rendere l’idea: possedere un credito di 10 euro non è un problema, possederne uno di oltre 660 miliardi invece sì. Ecco da dove nasce l’interesse per la salute dei propri debitori. È più vicina, ad oggi, quella Troika che annientò la domanda interna italiana (a partire dalla ormai celebre lettera della BCE dell’estate 2012) proprio per inibire le importazioni, riequilibrare la bilancia dei pagamenti e ridurre l’enorme ammontare di crediti che la Germania poteva vantare sul resto d’Europa. La Banca Centrale Europea stessa ammette che “i saldi TARGET sono una manifestazione delle tensioni insite nell’Unione economica e monetaria (UEM) ed evidenziano la necessità di affrontare squilibri macroeconomici, ristabilire la fiducia nei sistemi bancari, e rafforzare le fondamenta istituzionali dell’UEM”.

Tali saldi, insomma, permettono di “provare la febbre” al paziente cronico che di nome fa “Eurozona”. Quando questi saldi vanno amplificandosi non è certamente un buon segno, in quanto mostrano squilibri strutturali amplificati da una moneta unica priva di una propria omogenea economia: se non si è fatti per stare insieme prima o poi i nodi vengono al pettine. Anche politicamente tale situazione comporta gravi conseguenze, in quanto alimenta interessi nazionalistici e allontana la possibilità di instaurare un sincero e lucido dialogo tra le parti, sia che si tratti di un rafforzamento delle istituzioni oppure di un loro ordinato smantellamento. La mancanza di onestà intellettuale e lo spirito europeo ormai ridotto ad un infantile intestardirsi in qualcosa che non ha né capo né coda non può che strizzare l’occhio all’inerzia e, purtroppo, avvicinarci ad un baratro col vento in poppa.