È strano, ma anche dal Governo giunge finalmente qualcosa di sensato. Come abbiamo già avuto modo di dire su questo giornale, il debito pubblico non è e non deve essere un problema, ma se proprio si vuole vederlo come tale, un valido strumento per combatterlo è sicuramente l’inflazione, che diminuendo il valore reale del capitale nel tempo, ovviamente diminuisce anche il valore (e l’importanza) di un debito. Questa e altre sono le fondamentali motivazioni per cui la Germania in Europa si oppone fortemente al rialzo dell’inflazione (che oltretutto secondo i trattati dovrebbe essere di poco inferiore al 2%, ma ad oggi staziona allo 0,16%). Questo perché la Germania è creditrice netta nei confronti del resto dell’Europa (soprattutto verso Italia e Spagna), quindi ha tutto da perdere con il rialzo dell’inflazione. I motivi dell’avversione che il popolo teutonico nutre verso l’inflazione sono sicuramente anche storici. Raccontano infatti i libri di storia che fu l’iperinflazione a mandare al potere Hitler e il Nazionalsocialismo. Narrativa ormai sfatata sia da studi recenti (Dylan Grice) che dall’ovvietà dei fatti. Non fu l’inflazione a far diventare Cancelliere Hitler (essendo il periodo iperinflattivo tedesco avvenuto 10 anni prima, nel 1921), ma bensì le politiche deflattive a seguito della crisi del 1929 o detto in altri termini la paura dell’inflazione.

Gli anni ’30 del secolo scorso furono, economicamente parlando, un brutto momento per i Tedeschi. Il martedì nero del 1929 traghettò il mondo verso la crisi, ponendo fine al supporto finanziario che gli Stati Uniti offrivano alla Germania in favore della ricostruzione post-bellica. A ciò si aggiunse la rovinosa fine del Gold-Standard (l’aggancio fisso di tutte le valute mondiali all’oro) che fu preso alla lettera da tutti tranne che dalla stessa Germania. Infatti se tutti gli stati maggiormente colpiti fronteggiarono la crisi con la svalutazione (USA, Gran Bretagna, Giappone, Italia), i tedeschi per paura di una nuova crisi iper-inflattiva come quella del 1921, attuarono politiche deflazionistiche mantenendo forte il marco e impedendo l’abbassamento dei tassi d’interesse. Ne conseguì una disoccupazione che arrivò a toccare il 33% (la curva di Phillips insegna che tra inflazione e tasso di disoccupazione sussiste una relazione inversa) , preparando il terreno per l’ascesa di Hitler, contrariamente a quello che successe in Inghilterra dove l’alta inflazione permise di contenere la disoccupazione sotto il 20%. Ciò a dimostrare come la mancanza di lavoro, e quindi di prospettive, sia la miccia più pericolosa, pronta a innescare e a far esplodere rabbia, disappunto e disordine, così da coltivare la protesta e il disgregamento dello stato sociale.

In qualche modo è quello che sta succedendo ora, con la Germania che si oppone alla svalutazione dell’euro (che avrebbe come conseguenza un aumento dell’inflazione) al fine garantire i suoi profitti e il suo saldo commerciale (che è il più alto attivo commerciale esistente, maggiore anche di quello cinese). Ancora una volta la paura dell’inflazione tedesca sta portando l’Europa nel baratro economico. E chissà che dal fondo del baratro non sorga una dittatura con chiare intenzioni bellicose, come fu quella che prese il potere in Germania nel 1933, con il nome di Nazionalsocialismo.