Inflazione-fobia, ovvero la paura incontrollabile che si ha verso l’inflazione. Essa misura l’aumento generale dei prezzi prendendo come riferimento un paniere di beni di largo consumo. L’inflazione comporta quindi una riduzione del potere d’acquisto della moneta. Inspiegabilmente nell’immaginario collettivo questo fenomeno economico attiva particolari recettori che imprimono sulla retina i colori della bandiera dello Zimbabwe e della Repubblica di Weimar. Inflazione-fobia è la paura di vedere erosi risparmi e salari, paura di non avere alcuna ricchezza residua nelle proprie tasche. Tale fobia è scolpita nel cuore di diversi enti e istituzioni di portata internazionale. L’Unione Europea, all’ art.3 del TUE, sancisce che uno sviluppo sostenibile deve basarsi “su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi”, condizione ripresa dallo statuto della BCE che ha tra i suoi obiettivi primari un tasso di inflazione “inferiore ma prossimo al 2%”. I più maliziosi potrebbero considerare come fonte del diritto europeo, relativamente all’articolo in questione, il paper della Commissione Trilaterale “La crisi della democrazia”, datato 1975, dove l’ente extranazionale definisce inflazione “un risultato diretto dell’ingovernabilità delle democrazie occidentali” nonché “il male economico delle democrazie”. Paura e ansia non possono che portare ad azioni istintive e poco razionali. Controllare maniacalmente l’inflazione, facendo confluire dosi importanti di attenzione e risorse, significa fare pressione sull’effetto ignorandone fallacemente la causa.

L’aumento generale e costante dei prezzi è ordinaria amministrazione nell’economia: è il bicchiere di vino che bevuto durante i pasti male non fa. Essa è la conseguenza della congiuntura e delle politiche economiche. Appunto: è una conseguenza, un termometro tutt’al più. La sbagliata concezione di inflazione ha portato l’intera unione monetaria europea ad una grave deflazione. Nulla di più prevedibile: svalutazione salariale e austerity non potevano che portare a questo. È nell’età dell’economia anemica che l’inflazione-fobia si rivela in tutta la sua infondatezza. L’inflazione è necessaria ed è stato un errore esorcizzarla: si pensi innanzitutto al peso del debito pubblico. Il buon bicchiere di vino, quando era presente, alleggeriva la consistenza degli interessi da pagare sui Titoli di Stato in quanto il tasso d’interesse nominale, colpito dall’inflazione, comprimeva il tasso d’interesse reale, quello definitivo. Non deve sorprendere, quindi, che l’Italia durante gli anni ’70 (era degli shock petroliferi), caratterizzati da tassi d’inflazione a due cifre, si sia finanziata con tassi reali ampiamente negativi. In altre parole l’Italia riceveva soldi dai creditori. Gli effetti positivi di un buon bicchiere di vino non si esauriscono qui. L’inflazione sostenuta, richiamando la Curva di Phillips, si abbina solitamente ad un basso tasso di disoccupazione. La spiegazione di tale fatto è presto data: i lavoratori hanno maggior potere contrattuale quando l’offerta di lavoro è ingente e spingono i salari al rialzo. La conseguenza di un incremento positivo delle retribuzioni è un rafforzamento della domanda di beni, che porta alla famigerata inflazione consistente. L’esperienza italiana, inoltre, suggerisce che l’aumento generale dei prezzi è sempre stato accompagnato da un aumento corrispondente, o superiore, dei salari (per approfondimenti si faccia riferimento alla “scala mobile”). Anche qui, perciò, l’inflazione si palesa per ciò che è: l’effetto causato da situazioni positive per le classi inferiori. L’idea che abbina l’aumento dei prezzi con una redistribuzione verso l’alto della ricchezza si scontra con la realtà fattuale: l’inflazione danneggia soprattutto i possessori di titoli obbligazionari, i creditori, che si vedono ridurre il rendimento totale di fine periodo. Il bicchiere di vino che male non fa, quell’inflazione fisiologica che è sintomatica di una economia vigorosa, è una componente che deve essere necessariamente presente. Il controllo maniacale del particolare ha portato allo scatafascio del complesso e la spirale deflazionistica che attanaglia l’eurozona è il prezzo da pagare per una condotta da troppo tempo viziosa. Non ci sono QE, taglio dei tassi e (mini)bazooka che tengano. La deflazione giunge quando l’economia è malata ed è la spia dell’olio che si accende quando il motore è già sostanzialmente da buttare. È necessario ridimensionare paure e ossessioni.

L’inflazione-fobia è equiparabile alla paura di innaffiare una piantina, all’essere terrorizzati dall’avere una giusta dose di emoglobina nel sangue. La situazione si aggrava ulteriormente nel momento in cui il paziente, per calmierare l’inflazione, soffoca la domanda interna dei Paesi dell’Eurozona: l’inflazione-fobia porta in seno la spesa-fobia e, nel lungo termine, la Stato-fobia. L’inflazione diviene il male assoluto e lo Stato il suo principale veicolo, Trilaterale docet. Il rischio è proprio di annichilire, cosa che in realtà già sta avvenendo, le democrazie nazionali e i bisogni dell’economia reale, etichettati come “populismo”. Certo, la virtù sta nel mezzo. Va da sé che una iperinflazione comporterebbe effetti indiscutibilmente deleteri ma si tratta di un’ipotesi talmente lontana (anni luce) dallo scenario attuale caratterizzato da stagnazione, austerità e petrolio ai minimi di sempre da poter rientrare come non mai nella sfera dell’utopia. È una paura infondata, una ossessione che sta portando la politica, sottomessa quanto mai prima all’economia di mercato soggettiva di stampo liberista, a compiere scelte drammaticamente lontane dal reindirizzare la condizione umana verso la prosperità.