Il quantitative easing (QE), espressione che potrebbe essere tradotta in italiano come “alleggerimento quantitativo”, costituisce una forma di politica monetaria non convenzionale per mezzo della quale una Banca centrale crea denaro dal nulla per acquistare dalle banche che li detengono titoli di debito pubblico (come i titoli di Stato) o di debito privato (come le obbligazioni corporate, emesse da società private); il denaro ora in possesso delle banche va ad accrescere le loro riserve in proporzione alla quantità di assets (ovvero gli elementi all’attivo del bilancio) acquistati dalla Banca centrale, il che spiega l’espressione di alleggerimento “quantitativo”. L’obiettivo di questo processo è stimolare l’economia presupponendo che con il denaro di nuova creazione ora in loro possesso le banche siano indotte: 1) a comperare nuovi assets che sostituiscano quelli da esse venduti alla Banca centrale, aumentando così il valore dei titoli azionari che esse acquisteranno (sulla base del principio per cui, più un titolo azionario è richiesto, più il suo valore aumenta); 2) a prestare denaro con più facilità alle imprese, abbassando così il tasso d’interesse che queste ultime devono pagare rispetto alla quantità di denaro da esse preso a prestito. Nel caso dell’acquisto da parte della Banca centrale di titoli di Stato detenuti dalle banche, l’obiettivo è quello di diminuire il famigerato spread ovvero il differenziale tra i titoli di Stato del paese di riferimento (nel caso dell’Europa, la Germania) e quelli del paese i cui titoli di Stato sono acquistati dalla Banca centrale (sulla base del principio per cui, più un titolo del debito pubblico viene acquistato, minore sarà il tasso d’interesse a breve o lungo termine che lo Stato che lo emette dovrà pagare a coloro che lo acquistano).

In seguito allo scoppio della crisi economica del 2007, la Banca centrale europea diede luogo ad una serie di azioni di politica monetaria che, sebbene non equiparabili al quantitative easing vero e proprio, tuttavia andavano nella sua direzione, finché esso fu poi esplicitamente adottato il 22 gennaio 2015. Il QE prevede l’acquisto di titoli pubblici e privati per un ammontare di 60 miliardi di euro al mese a partire da marzo di quest’anno con l’obiettivo di far crescere il tasso d’inflazione e portarlo vicino alla soglia massima del 2%. Se prendiamo in esame il caso dei paesi dell’euro zona, emerge come il vero successo ottenuto dalla Banca centrale europea in questi anni sia stato la riduzione degli spread dei titoli del debito pubblico dei paesi della periferia rispetto a quelli tedeschi. Tuttavia, al conseguimento di questo obiettivo non si è aggiunto quello, ancora più importante, di rimettere in moto l’economia reale tirandola fuori dal pantano in cui è immersa. Sul versante dell’accesso al credito, le azioni di politica monetaria adottate dalla BCE precedentemente al QE non sono riuscite a stimolare le banche a prestare di più e con più facilità alle imprese, le quali non si sono ancora liberate dalla stretta creditizia che le sta portando o alla chiusura o alla delocalizzazione (e ricordiamo che esse sono le uniche, insieme agli Stati, ad avere il potere di creare posti di lavoro con la conseguenza di rimettere in moto la domanda aggregata e allo stesso tempo rimpinguare le finanze pubbliche, in quanto è ovvio che chi non lavora non guadagna e quindi né spende né paga le tasse). Dal lato degli investimenti pubblici poi le politiche targate BCE non sono riuscite a stimolare gli Stati della periferia ad utilizzare le risorse liberate dalla diminuzione del tasso di interesse sui loro titoli di Stato al fine di: 1) ridurre la pressione fiscale, che in paesi come l’Italia risulta ancora elevatissima e limita, se non rende impossibile, l’attività economica; 2) fare un piano di investimenti pubblici che sia di stimolo all’economia. Per cui ci si può chiedere, ora che il QE è stato esplicitamente adottato, cosa succederà all’inflazione? Riuscirà il QE a farla salire sino a raggiungere la soglia di riferimento del 2%? Ciò risulta alquanto dubbio. Se le misure prese finora sono state inefficaci in tal senso, perché il QE dovrebbe riuscire dove altri tipi di azioni di politica economica ad esso molto simili sono fallite? Se si guarda poi al caso di paesi, come il Giappone, in cui il quantitative easing è stato adottato ben prima che negli Stati Uniti (dove tra l’altro l’economia sembra di nuovo essere a rischio recessione) o in Europa, si può notare come le politiche di alleggerimento quantitativo non siano di fatto riuscite a stimolare la crescita economica del paese che rimane ben al di sotto delle aspettative. Perché allora, ci si potrebbe chiedere, le cose dovrebbero andare diversamente in Europa, dove tra l’altro regole fiscali stringenti legano ancor di più le mani degli Stati rispetto all’adozione di politiche di stimolo all’economia reale?

 

Fonti:

Stefano Fugazzi, AbcEconomipedia (London, 2015)

http://argomenti.ilsole24ore.com/parolechiave/quantitative-easing.html

http://www.cna.it/notizie/silvestrini-dal-2008-le-imprese-hanno-perso-circa-100-miliardi-vanno-rimossi-i-paletti-ue-0

http://impresalavoro.org/investimenti-pubblici-tagliati-in-italia-in-tutta-europa/

http://www.ediliziaeterritorio.ilsole24ore.com/art/infrastrutture24/2015-04-03/ancora-calo-nvestimenti-opere-144402.php?uuid=AbXX7YcL

http://www.economist.com/blogs/economist-explains/2015/03/economist-explains-5

http://www.zerohedge.com/news/2015-04-26/when-qe-leads-deflation-look-confounding-global-supply-glut

http://www.marketwatch.com/story/why-is-no-one-talking-about-a-recession-2015-04-01

http://www.ibtimes.com/japan-unconvincingly-exits-recession-abenomics-faces-more-challenges-2015-1818300