L’Internet Movie Database gli assegna un mediocre 6,7. Gli incassi non sono stati eccezionali. Nessuno si ricorda realmente di quella pellicola. Si tratta di “In Time”: regia di Andrew Niccol (lo stesso di “Gattaca”, sceneggiatore de “Il Truman Show”) con Justin Timberlake protagonista. Il suo più grande difetto è quello di apparire, ad una vista superficiale, un “film d’azione americano puramente commerciale”. In realtà è una brillante lezione di filosofia economica, illuminante e distopica trasposizione della teoria del valore/lavoro marxiana. Nel mondo di “In Time” il denaro, nella forma in cui è conosciuto oggi, non esiste più: la moneta è il tempo. I servizi e le tasse vengono pagate in secondi, minuti e ore in base all’entità del versamento. Ogni umano ha nell’avambraccio sinistro un timer indicante il tempo residuo, che poi è anche il tempo che resta da vivere: una volta esaurito subentra la morte. La società pensata da Niccol è divisa in classi, sia economicamente che geograficamente. Si passa dal ghetto, settore numero 12, popolato da poveri che vivono alla giornata sperando di racimolare sufficienti ore per superare la nottata, a New Greenwich, i quartieri alti, dove una ristretta minoranza di abbienti si gode l’eternità a propria disposizione: migliaia sono gli anni in possesso di questi super-ricchi.

Qui subentra Marx, e non soltanto per il richiamo classista. I proletari di “In Time” spendono la loro precaria esistenza in fabbriche, impiegando tempo per poter ricevere in cambio altro tempo, sufficiente non a garantire loro una dignitosa vita ma soltanto una sopravvivenza che cammina sul filo delle ore, se non dei minuti. Marx individuava proprio nella forza lavoro impiegata il reale valore della produzione: maggiori sono le ore e gli operai impiegati per un’unità di prodotto, maggiore sarà il prezzo applicato. Il salariato è schiavo della dittatura del capitale, che nella distopia cinematografica si tramuta nello stesso inesorabile scorrere del tempo. “Lavorare per vivere o vivere per lavorare?” si chiede il marxiano. Forti sono le disuguaglianze intrinseche nella società di “In Time”, dove la divisione fisica in classi diventa essenziale e funzionale alla sopravvivenza del sistema. “Ce ne sarebbe per tutti [di tempo]”, si afferma all’inizio, ma una rivoluzione comunista mossa da Timberlake comporterebbe necessariamente una redistribuzione radicale del tempo, un trasferimento dalla minoranza ricca a quella povera: Piketty approverebbe ma, come la sua patrimoniale mondiale, si tratta di una utopia irrealizzabile in termini naturali. Essere eterni è l’aspirazione più grande degli uomini di New Greenwich, così come l’1% più ricco documentato da OXFAM non è mai sazio delle proprie immense ricchezze, seppur esse siano più che sufficienti a garantire una vita agiata a intere generazioni di discendenti. Il capitalismo genera profitto sulla pelle dei salariati, sfruttati e costretti a vivere alla giornata, come nella paradossale concezione di lavoro di “In Time”: perdere tempo per averne a sufficienza per non morire.

“Il mio lavoro sarebbe libera manifestazione della vita e dunque godimento della vita. Ma nelle condizioni della proprietà privata esso è alienazione della vita; infatti io lavoro per vivere, per procurarmi mezzi per vivere. Il mio lavoro non è vita” (Estratti dal libro di James Mill, Éléments d’économie politique).

La società di Niccol nasce con l’intento di essere un’iperbole della realtà odierna, ancor più subdola e malvagia nei confronti del proletario. Se oggi il salariato vive un’alienazione della propria esistenza trasferendo gran parte dei canonici cento anni di vita all’impiego che gli fornisce sussistenza, Timberlake & co vivono sul filo delle ore e al termine di ogni devastante turno alla fabbrica non sono nemmeno certi di poter tornarvici il giorno seguente. Osservando attentamente, le differenze non sono poi così marcate: il capitalismo, nella connotazione neoliberista che ha segnato l’epoca post Seconda Guerra Mondiale, ha consumato poco per volta quel welfare state, quell’intervento benefico dello Stato in grado di alleviare la sofferenza della lotta alla sopravvivenza. È una continua rincorsa, un continuo sperare, affannoso e insostenibile, verso la sussistenza, mentre una cupola di benestanti naviga nel tempo: può toccare con un dito l’eternità. In questi termini “In Time” è perfetta allegoria delle disuguaglianze che vanno via via accentuandosi nel sistema economico del terzo millennio.

Così come nella pellicola, è il capitalismo di oggi ad essere divenuto insostenibile, mantenuto in vita grazie ad una finanziarizzazione dilagante che tutto permea e nulla risparmia, costruita sulle fondamenta divenute fragili dell’economia reale: quella tangibile, utile e di prima necessità passata drammaticamente in secondo piano. La divisione in classi è necessaria alla sopravvivenza della società di “In Time”, dove la morte di uomini del ghetto è figlia di un continuo e inesorabile trasferimento di tempo verso New Greenwich. I poveri devono morire per permettere la polarizzazione verso i ceti alti: qui risiede la principale differenza con la società attuale. La popolazione mondiale è in continuo aumento, e continuerà a farlo almeno sino a metà secolo. Il divario tra l’1% più ricco e il restante 99% rischia di divenire la scintilla di un caos rivoluzionario, anche se la mancanza di una visione di prospettiva e il disinteressamento dell’1% che detiene le redini del pianeta non lasciano presagire una imminente inversione a U. In questi termini “In Time” è un campanello d’allarme, liquidato rapidamente dagli intellettuali e dalla critica (da citare il richiamo fatto da Gianni Canova nel n°77 di Wired), quella distopia vicina alla fantascienza che è ideale per mascherare la noiosa economia sotto il buon Timberlake e una dose di pop corn: ideale, quindi, ad una immediata e piacevole comunicazione. Perché il tempo è un bene limitato e una sua diversa e ottimale gestione è quantomeno auspicabile, se non fondamentale, nella forse utopica ricerca della felicità.