di Luca Mariotti 

La recente economia e la storia politica hanno dimostrato che la consistente crescita di un determinato paese, da sola, non è sufficiente a definire un eventuale incremento del benessere sociale. Molti paesi in via di sviluppo, negli ultimi dieci anni, sono stati testimoni  di una notevole crescita. Tuttavia, solamente pochi di questi sono riusciti a contrastare la povertà, la disuguaglianza e la disoccupazione. L’aspetto centrale che gran parte della letteratura economica non considera riguarda la qualità intrinseca della crescita. Per quanto concerne il fenomeno della qualità della crescita, essa è stata oggetto di un notevole interesse negli ultimi anni. Tale avvenimento è supportato anche dai trend di ricerche effettuate sui motori di ricerca. E’ necessario considerare che il concetto relativo alla qualità della crescita ha una diversa connotazione in relazione a differenti tipologie di persone. Esiste allora un modo per quantificare oggettivamente la qualità della crescita?

Nel 2014, Mlachila et al. hanno costruito un indice attraverso il quale è possibile valutare la bontà della crescita, attribuendole caratteristiche quali forza, sostenibilità, incremento della produttività e risultati positivi nel modo di vivere con conseguenti implicazioni di una riduzione del tasso di povertà. Montfort Mlachila, René Tapsoba e Sampawende Tapsoba in un loro studio, Benchmarking growth performance: Quality matters, hanno scisso la qualità della crescita in due parti. La prima riguarda i fondamenti della crescita: forza, volatilità, composizione settoriale e composizione della domanda. La seconda, invece, considera i risultati ottenuti in termini di educazione e di salute. In realtà, a prima vista, sembra non esserci alcuna differenza con l’indice HDI (Human Development Index) sviluppato nel 1990 da Mahbub ul Haq. L’elemento centrale del nuovo indice risiede nell’andare oltre l’utilizzo di parametri che misurano esclusivamente il valore economico totale o la distribuzione media del reddito. Così è possibile analizzare l’effettiva qualità della crescita sia all’interno dei paesi che tra differenti paesi. Con tale indice  si può constatare se l’attuazione di determinate manovre da parte dello Stato abbiano prodotto concreti e reali effetti positivi.

Gli autori hanno analizzato dati sulla crescita di differenti paesi in via di sviluppo, dal 1990 al 2011. In primo luogo, i risultati di tale indagine hanno portato ad evidenziare che negli ultimi vent’anni la qualità della crescita è decisamente migliorata. In secondo luogo, si è arrivati a constatare l’ipotesi di convergenza proposta da Robert Solow, secondo la quale i paesi meno sviluppati tendono a raggiungere lo stesso livello di crescita dei paesi più sviluppati, anche se a un ritmo più lento. In terzo luogo, è necessario considerare che, per avere dei risultati effettivamente positivi a livello sociale, è necessario che la qualità della crescita venga sostenuta per almeno 30-40 anni. Paesi come la Malesia e la Cina hanno raggiunto tale obiettivo. In quarto luogo, ed ultimo punto considerato, attraverso un’analisi empirica è possibile determinare quali sono i driver connessi all’indice della qualità della crescita. L’IDE (Investimento diretto all’estero) e una maggiore efficenza del sistema finanziario determinano un considerevole miglioramento della qualità della crescita.  In primo luogo l’IDE permette il trasferimento della conoscenza e della tecnologia, generando esternalità positive mentre il secondo permette di poter ottenere una allocazione delle risorse valida per poter finanziare progetti alquanto rischiosi e consente un facile accesso alle fonti di finanziamento. Attuando tali manovre, un Paese potrebbe creare ricchezza e un maggior numero di posti di lavoro. Non v’è bisogno di citare altra letteratura economica  per capire che, se un governo punta a mantenere la stabilità e la posizione economica del paese per gli anni venturi, è necessario che adotti notevoli manovre a livello sociale, superando la problematica della socializzazione delle perdite.