“Di continuo egli affermava che il rischio nell’adottare la scelta apparentemente più audace era molto inferiore al rischio dell’inazione. E considerava che persone oltremodo caute, poste in posizioni di responsabilità, costituissero pericolose passività per la nazione”.

Così scriveva Roy Harrod nel suo Vita di J. M. Keynes, dove descrive lo scontro ideologico dell’economista rispetto all’inazione e all’inettitudine di certi uomini politici dell’epoca, ma che se volessimo potremmo ritrovare anche nelle descrizioni di certe personalità attuali. Questo apre la riflessione su quello che dovrebbe essere il ruolo dello Stato. È doveroso interrogarsi su che cosa sia lo Stato, perché, a partire dall’inizio degli anni ’80, la sua azione in campo economico è andata progressivamente scemando e la causa di ciò può essere individuata nell’arrivo delle scuole monetariste, prima, all’interno dell’ambito accademico e poi, con Tatcher e Raegan, in scuola di governo e che non fu più messa in discussione. 

“L’inazione ha come determinanti essenziali gli interessi costituiti, ma anche la pigrizia mentale.”

Scriveva sulle colonne del Manifesto Federico Caffè nel 1981, eminente esponente della scuola Keynesiana in Italia. Difatti la soluzione che le élites trovarono per smorzare la crescente inflazione mista a stagnazione fu la compressione dei salari e la flessiblizzazione del lavoro, come disse espressamente il Direttore del FMI dell’epoca J. de Larosiére, imputando le “aspirazioni crescenti” dei cittadini come causa dell’aumento del debito pubblico e della relativa spesa per interessi. Non furono capaci di trovare nuove soluzioni o impegnarsi nel lungo periodo per ridurre le spinte inflazionistiche anche a causa del cambio di paradigma e della rottura della Curva di Phillips. Questa progressiva ritirata degli Stati dall’azione economica, che rimuove la sua mano visibile per lasciar fare alla “mano invisibile” del mercato, ha portato all’indipendenza delle Banche Centrali, non più impegnate a supportare la crescita del paese in cui sono situate, ma a mantenere la stabilità della moneta considerata come riserva essenziale di valore. E pace se questa stabilità della moneta fin da subito non abbia giovato alle classi più povere della società, ma anzi, ne ha ingrossato le fila. Perché spezzare il circolo vizioso dell’incoerenza temporale ha avuto il suo prezzo e questo prezzo non l’ha mai pagato chi sbandierava queste teorie. Sarà infatti Joan Robinson economista keynesiana di Cambridge a criticare l’efficienza del “lascia fare”:

In base a questa stessa dottrina, le grandi differenze nella distribuzione del reddito e della ricchezza non sono efficienti. Alcuni devono ingerire digestivi per avere mangiato troppo, mentre altri muoiono di fame. Si riscontra da questa contraddizione che il prezioso “lasciar fare” è inefficiente.

Da tempo sono convinto che la sovrastruttura finanziario-borsistica con le caratteristiche che presenta nei paesi capitalisticamente avanzati favorisca non già il vigore competitivo ma un gioco spregiudicato di tipo predatorio, che opera sistematicamente a danno di categorie innumerevoli e sprovvedute di risparmiatori in un quadro istituzionale che di fatto consente e legittima la ricorrente decurtazione o il pratico spossessamento dei loro peculi. Esiste una evidente incoerenza tra i condizionamenti di ogni genere che vincolano l'attività produttiva reale dei vari settori agricoli industriali, di intermediazione commerciale e la concreta licenza di espropriare l'altrui risparmio che esiste per i mercati finanziari.

Da tempo sono convinto che la sovrastruttura finanziario-borsistica con le caratteristiche che presenta nei paesi capitalisticamente avanzati favorisca non già il vigore competitivo ma un gioco spregiudicato di tipo predatorio, che opera sistematicamente a danno di categorie innumerevoli e sprovvedute di risparmiatori in un quadro istituzionale che di fatto consente e legittima la ricorrente decurtazione o il pratico spossessamento dei loro peculi. Esiste una evidente incoerenza tra i condizionamenti di ogni genere che vincolano l’attività produttiva reale dei vari settori agricoli industriali, di intermediazione commerciale e la concreta licenza di espropriare l’altrui risparmio che esiste per i mercati finanziari.

Chiediamoci allora, ma a che cosa serve lo Stato? È destinato ad essere un attore in disparte di un mondo che cambia rapidamente senza poter mettere in pratica politiche adatte ai cambiamenti sociali? Limitandosi a poter fare solo quello che potrebbe fare un attore del mercato rifiutando la sua stessa definizione di Stato? Come ci dice l’Unione Europea, infatti, i trattati in materia di Aiuti di Stato, scrivono che essi sono accettati soltanto se lo Stato si comporta come un attore privato. Ed è qui la contraddizione, ma allora a che cosa serve lo Stato?

Una certa scuola di pensiero afferma che lo Stato non può risolvere i fallimenti del mercato, la cui massima espressione è quella della Borsa valori, per quanto il mercato stesso sia fondato sul conflitto di interesse, come nel caso emblematico delle agenzie di Rating, dove il controllore è pagato dal controllato (basterebbe il semplice buon senso per capire che in un mondo e in una economia di oligopoli, la Borsa non può che esserne il riflesso). Per poter affermare ciò, i fautori della “mano invisibile” si sono inventati nuovi espedienti teorici per riaffermare vecchie teorie in veste nuova. Questi hanno assunto il nome di “aspettative razionali”, il cui nome appare innocuo ma è, in realtà, di una portata enorme; le definisce in questo modo l’economista monetarista Karl Brunner: i soggetti economici si avvalgono delle opportunità di ottenere informazioni utili e basare le loro decisioni su tutti i possibili indizi e segnali che abbiano rilevanza, ai fini dell’andamento futuro del sistema economico. Appare perciò evidente l’esperimento mentale all’interno di questo assunto, dove viene giudicato ogni soggetto economico in grado di scontare gli effetti di qualsiasi intervento pubblico in economia, essendo essi in grado di valutarne gli effetti e le conseguenze, neutralizzandone perciò, l’efficacia. Ecco che questo gioco da prestigiatore diventa il principale argomento contro ogni forma di intromissione della mano visibile pubblica nell’economia. È per questo che lo Stato dovrebbe farsi da parte, non è più suo compito occuparsi degli operatori economici, perché essi essendo dotati di aspettative razionali, non ne hanno bisogno.

Come sostenuto spesso da Federico Caffè: è frutto della pigrizia mentale non riuscire a capire che lo Stato non può permettersi di limitare il suo operato, limitarsi all’inazione senza trovare quelle soluzioni che contrastano i problemi dell’economia sempre perennemente instabile e alla ricerca dell’ottimo. In Italia questa contraddizione dello Stato che non deve più occuparsi dell’economia ma anzi uscirne è frutto di quella disinformazione seriale di alcuni quotidiani e personaggi politici che dipingono come spendaccione, improduttivo e lassista il nostro Stato. Abbiamo già dimostrato qui quali furono le conseguenze dell’enorme piano di privatizzazioni del ’93, ovvero disastrose, perché si è rifiutata e ripudiata la funzione primaria dello Stato, che è quella di servire il proprio cittadino.

Mario Monti il grande tecnico chiamato a sabotare definitivamente il futuro del Belpaese

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Ed arriviamo a quell’inazione che caratterizza il tempo in cui viviamo, forse non più dello Stato, ma degli uomini che lo guidano e lo compongono. Una bieca sottomissione a diktat economici esteri che non ci favoriscono e un sottomesso europeismo che ci vede perdenti. L’inettitudine prima dei tecnici e poi dei politici che hanno adottato soluzioni che l’unione europea ci proponeva (imponeva), hanno portato nuova stagnazione e nuova compressione dei salari, perché come sempre la visione di lungo periodo è stata abbandonata. In favore di soluzioni che colpiscono i più deboli invece che attuare serie politiche di rilancio del paese che, si, avrebbero bisogno dell’intervento massiccio dello Stato.