Il 2015 per l’Italia è l’anno della ripresa a metà. La disoccupazione è lievemente calata, dai dati dell’ultimo trimestre siamo sotto quota 12%, la crescita economica ha avuto un suo rialzo determinato principalmente da fattori esterni: la svalutazione dell’euro rispetto al dollaro promossa dal presidente della BCE, Mario Draghi, e soprattutto il basso prezzo del petrolio che oggi costa a barile, sui 35- 40 dollari. Si, il 2015 è stato un anno principalmente di concorrenza tra produttori: l’aumento di produzione interna americana attraverso tecniche di estrazione non convenzionale, la sfida a distanza, ma neanche troppo, tra Arabia Saudita e Federazione russa, una rendita petrolifera che vede un’offerta superiore alla domanda e della quale i consumatori finali, cioè noi, ci siamo avvantaggiati in termini di maggiore occupazione e posti di lavoro

Sul fronte interno (i problemi dello stato italiano) e su quello estero (i rapporti di forza internazionali e specie intra-europei) l’Italia non è però uscita tanto bene in questo 2015. Da un lato ancora troppi problemi di competitività del paese e di una pressione fiscale che non è stata abbattuta, né ha subito alcuna riforma fiscale, idem per quanto riguarda la riforma del mercato del lavoro, il jobs act, che ha avuto un impatto risibile, oltre ad aver contribuito al deficit. E poi troppa Germania, troppa tecnocrazia: un’Unione Europea ancora in fasce, un bimbo capriccioso che non ha alcuna intenzione di crescere, ma anzi di resistere e quindi di implodere perché allo stato attuale la crisi a 7 anni da Lehman Brothers, è ancora evidente e preoccupa la forbice tra élite politiche sempre più fuori dalla realtà e popoli che chiedono risposte (in molti casi, alle persone sbagliate)

In una fotografia sicuramente il 2015 non è stato un anno positivo per gli italiani e per la maggioranza degli europei: i due attentati, Charlie Hedbo e Bataclan ci hanno infiacchiti, hanno reso evidenti le contraddizioni, le indecisioni, le ipocrisie di un Occidente, soprattutto di un’Unione Europea spaccata e in fondo anche derisa. Un’Unione Europea che non ha voluto prendere decisioni forti contro il califfato situato tra Iraq e Siria, un’Unione Europea stretta, troppo stretta a Stati Uniti e annessi alleati, e infine e più deplorevole, un’Unione Europea che per fermare le immigrazioni di massa che l’hanno attanagliata, che la stanno attanagliando, si è rivolta con un compromesso a ribasso al sultano turco, Erdogan. Ecco perché a fronte di tutto questo, si staglia con un’enfasi anche troppo ingigantita, la figura del presidente Putin: decisionista, intelligente, consapevole del ruolo che la Russia deve e può avere sullo scenario internazionale. E’ presto per dire se Obama è il vero looser e se la strategia russa riuscirà a resistere anche nel lungo periodo in uno scenario- quello medio-orientale – ancora, purtroppo, in itinere, dinanzi ad un conflitto civile e militare che perdura da oltre 5 anni con oltre 300 mila vittime. Certamente l’aspetto più significativo sul piano strategico del Presidente russo è stato quello di poter trovare una connessione, lavorando a tavoli separati, con i due attori regionali considerati più “affidabili” nella regione: Israele da una parte e Iran dall’altra- alzando invece i toni con sauditi e soprattutto con Turchia. E’ ancora presto per chiamarlo capolavoro: certamente è una strategia che tiene presente due aspetti: maggiore affidabilità, maggiore contenimento, quindi più equilibrismo lavorando su due dei tre lati dello scacchiere. Solo che il terzo, quello sunnita, oltre ad avere multiformi differenziazioni al suo interno, è anche il cuore pulsante della popolazione medio-orientale.

Il 2015 è stato soprattutto l’anno di un colosso economico che sottobanco ha dimostrato l’emergere dei paesi in via di sviluppo: la Cina. Il dragone rosso temporalmente ha rallentato, vista la crisi che ha coinvolto un sistema che a parere di scrive, non può ancora considerarsi una vera e propria economia di mercato. La Cina contiene in sé tutta le ambiguità e le speranze di un mondo, quello asiatico, che troppo spesso non abbiamo visto sulle pagine dei nostri quotidiani. Un mondo che però  nei prossimi anni, che lo si voglia o meno rappresenta il futuro del globo. La riemersione di questo colosso è straordinaria se pensiamo a cos’era la Cina, di cosa si era spogliata soltanto 70- 80 anni fa. Un impero finito, fatto a brandelli dal rivale principale, il Giappone, e che via via negli anni, specialmente con la svolta di Deng Xiaoping, ha saputo sfruttare i propri trampolini di lancio. Visto che il 2015 è stato anche l’anno del accordo sul clima e sui danni che l’uomo causa al proprio ecosistema, una previsione possiamo anche farla: sarà sempre più una decisione estremo-orientale e sempre più cinese la questione climatica semplicemente perché sarà la Cina più di tutti a sposare un modello di sviluppo profondamente radicato nella nostra mentalità, accreditandosi così un aumento dei consumi – in rapporto alla sua popolazione – che nei prossimi 25 anni è destinato irrimediabilmente a crescere. Sembra paradossale, e difficilmente ce ne stiamo accorgendo, ma il mondo lentamente sta spostando il proprio baricentro. L’Occidente da solo è sempre più debole e l’Europa  non ha abbastanza amor proprio per se stessa, per quello che ha rappresentato negli ultimi 2000 anni dinanzi all’umanità.

Oggi siamo sbiaditi, vinti. Ma il conforto e la speranza risiedono in quella stessa storia che per l’appunto è un ciclo, non una linea retta – almeno questa è la convinzione. E sebbene silenziati, un canto popolare e invincibile ci è ancora possibile.