di Gianmaria Vianova

La storia economica, come una hostess, indica tutte le uscite possibili in caso di emergenza. Oggi sembra proprio che i governi dell’Unione Europea stessero pensando ad altro poco prima del decollo. L’unica politica economica ammessa da Bruxelles pare essere l’austerità. Rispetto di vincoli di bilancio come garanzia di crescita sostenibile. Aumento di tasse e tagli di spesa pubblica come mezzo per raggiungerla. Eppure c’è vita oltre il nostro pianeta. Attraverso un paper di Randall Wray (esponente MMT) e Pavlina Tcherneva, docenti presso l’Università del Missouri-Kansas City, si viene a conoscenza della realtà argentina post-default (2001), e del mediaticamente fantomatico Programma Jefes. In poche parole, Jefes si prefiggeva di creare posti di lavoro direttamente nel settore privato: lo Stato diventa “datore di lavoro di ultima istanza”. Di fronte ad una disoccupazione dilagante (21,5% nel 2001), che stava portando la popolazione sotto la soglia di povertà, il governo argentino ha chiamato a sé gli economisti dell’Università del Missouri: tra di loro gli autori del paper.

La politica economica attuata da governo e accademici, che durò dal 2001 al 2005, prevedeva una retribuzione di 150 pesos al mese per un minimo di 4 ore lavorative al giorno. A questo contratto poteva accedere soltanto un “capofamiglia” designato dalla stessa, e il nucleo familiare doveva avere al suo interno bambini di età inferiore ai 18 anni, disabili o donne in stato di gravidanza. I salari erano volutamente bassi e inferiori a quelli del settore privato, dettati da un equilibrio di mercato. Il motivo? I partecipanti al programma dovevano preferire un impiego non-governativo, con un più ore lavorative e più pesos per unità di tempo prestate. In tal modo il passaggio da “Jefes” al privato garantiva un reintegro dei disoccupati nel mondo lavorativo, senza la perdita di capacità e competenze. In sostanza un’occupazione di transizione attuata nel tentativo di saturare il più possibile la capacità produttiva del paese.

Wray sottolinea, inoltre, come gli impieghi offerti dal programma non fossero in competizione con il settore privato: si trattava per lo più di attività senza scopo di lucro. L’87% dei partecipanti lavorava in progetti per la comunità: microimprese agricole, servizi sociali e pulizia degli spazi pubblici le principali voci. Da semplice esperimento, Jefes arrivò ad essere applicato al 5% della popolazione argentina, per cifre pari a 1% del PIL. Si tratta senza dubbio di un notevole risultato, dato che dal 21,5% (2001) la disoccupazione scese al 14,9% nel 2004 (12% se non fossero cambiate le metodologie di calcolo) dando una spinta al PIL quantificata in 2,5 punti percentuali. Certo, il programma di garanzia del lavoro non fu applicato universalmente in Argentina, ma lasciò intravedere enormi potenzialità. Se si pensa che i principali beneficiari furono disoccupati che avevano completato la sola istruzione primaria (38%) e non diplomati (24%), e che la stessa scuola dai precedentemente citati economisti era considerata attività lavorativa, non si può ignorare nemmeno l’impatto che un programma di stampo simile possa avere nella sfera sociale. Lo Stato che crea direttamente posti di lavoro pare un paradosso nell’universo economico attuale, intriso com’è di ideologia liberista (la credenza che da solo, il mercato, sia in grado di riparare ai danni che lui stesso ha creato). La storia economica, bellissima hostess, ci ha però indicato come siano necessarie politiche anticicliche per potersi risollevare dalle crisi.

Così è stato nella Germania Nazista (interessante il ritratto di J.K. Galbraith) come negli USA di Roosevelt, ad esempio. Un governo dovrebbe poter intervenire, sovranamente e con tutti i mezzi a propria disposizione, risollevando i destini della popolazione. Se, poi, la sovranità è stata alienata a beneficio di una costruzione politica sovranazionale, questo compito passa direttamente a lei, nel nostro caso l’UE. Di fronte al perdurare di una stagdeflazione micidiale il mondo si chiede se ne abbia i mezzi e la volontà necessaria.