di Emanuele Mastrangelo 

“Se noi possiamo integrarli rapidamente nel mercato del lavoro noi staremo aiutando i rifugiati ma allo stesso tempo aiuteremo noi stessi”. Parole di Ulrich Grillo, capo della BDI, la Confindustria tedesca, rimbalzate sui principali media alla fine della settimana scorsa, quando è iniziata la campagna sulla rotta balcanica dei “rifugiati” culminata con la foto del bambino siriano morto annegato.  In Italia per trovare gli stessi argomenti basta rivolgersi ai media più vicini alla corporazione omologa, come Il Sole 24Ore e Radio24. In Italia, tuttavia, con molta meno franchezza l’accento viene mantenuto sui toni melodrammatici e patetici più consoni al carattere nazionale, ottenendo così un risultato quasi comico, se non fosse tragico e ipocrita. Perché le Confindustrie sono così favorevoli all’immigrazione? La risposta ufficiale è quella della natalità: le società sviluppate – prime fra tutte quelle di Italia, Germania e Giappone, le tre nazioni sconfitte nel 1945 – vanno incontro a un invecchiamento devastante. Fra 20 anni – avverte il Wall Street Journal citando statistiche ufficiali tedesche – il numero di lavoratori tedeschi potrebbe crollare di 5-10 milioni di unità. Vent’anni è incidentalmente anche il tempo con il quale si potrebbe far crescere una generazione attraverso un nuovo “baby boom”. Ma questa soluzione non sembra proprio interessare i vertici politici europei. In parecchi ricorderanno in un dibattito tv lo scorso gennaio il sorrisetto di sufficienza di Massimo D’Alema di fronte alla proposta di Marine Le Pen di incentivare la maternità in Europa: “è roba da Buonanima”, ha liquidato l’idea l’ex dirigente comunista oggi membro dell’Aspen Institute. D’altro canto, tuttavia c’è chi fa notare che l’Europa da sola ha già oltre 24 milioni di disoccupati, un bacino enorme dal quale è possibile attingere risorse lavorative d’ogni sorta. Ma anche questa soluzione non sembra piacere.

Al contrario la parola d’ordine è quella di aprire le porte, far entrare, accogliere, integrare. Naturalmente per aiutare il mercato del lavoro, ma soprattutto “per i diritti”. Perché non siamo “bestie”. Perché un tempo anche noi eravamo “migranti”. Perché “i bambini, nessuno pensa ai bambini!?”. Perché viva i Diritti Umani. E i primi megafoni di questa campagna mediatica sono proprio quelli direttamente legati alle Confindustrie. Certo che suona strano… Perché gente che per decenni ha contestato ai propri lavoratori ogni dieci lire d’aumento e perfino il sacrosanto diritto al riposo durante le feste comandate, improvvisamente si scopre “filantropa” e finanzia campagne pietiste e buoniste – perfino oltre il limite della mistificazione – verso l’immigrazione? Proprio durante questo caldo agosto nelle medesime trasmissioni di Radio24, la radio di Confindustria, in cui si stigmatizzavano i lavoratori che “pretendevano” di riposarsi almeno a Ferragosto si faceva martellante campagna pro-accoglienza.

Naturalmente è verissimo che le masse di immigrati che premono alle frontiere possono andare a costituire un ulteriore esercito di riserva del Capitale per abbattere ogni potere contrattuale dei lavoratori e imporre tagli salariali. Ma in un paese come l’Italia, in teoria, con una disoccupazione al 15% già la concorrenza fra lavoratori autoctoni è sufficiente a liquefare decenni di conquiste sindacali. Siamo perfino giunti all’assurdo che i lavoratori con oltre 36 mesi d’esperienza maturata in contratti a tempo determinato possano essere buttati in mezzo a una strada perché è possibile prendere al posto loro giovani senza esperienza ai quali però non si deve applicare un contratto a tempo intedeterminato. Insomma, al di là d’ogni buonismo, le centinaia di migliaia di immigrati che sono entrati e che sempre più numerosi entreranno in Italia (e in Europa) nei prossimi anni non andranno a rimpolpare la forza lavoro, ma la schiera dei disoccupati e dei sottoccupati. Un problema per l’economia? Niente affatto. Una risorsa immensa, gigantesca. Come del resto lo sono i disoccupati giovanili, figli a carico di genitori che possono permettersi di dividere il proprio reddito da lavoro o da pensione (vecchio modello) coi propri bamboccioni spendaccioni o che sono costretti a farlo perché nonostante tutti gli sforzi, anche i migliori ragazzi e meglio intenzionati non riescono ad accedere a un posto di lavoro decente.

Come lo studente fuori corso, l’immigrato che entra è immediatamente un soggetto consumatore. Lo è anche se è disoccupato. L’immigrato manca di tutto, poiché parte con quasi niente appresso, e per giunta finisce in paesi dove i bisogni indotti moltiplicano le cose di cui ha necessità. Inizialmente cibo, vestiti, cellulari. Poi avrà bisogno di mezzi di locomozione. Quindi riuscirà ad avere un tetto sopra la testa e dovrà arredarlo e fornirlo d’elettrodomestici. In ogni caso, finché non riuscirà coi propri mezzi a superare la fase di sussistenza ci sarà lo Stato che si prenderà cura di lui offrendo ospitalità e trasporti gratuitamente.  Dunque, anche se non coi soldi suoi, l’immigrato è comunque un soggetto di spesa. Nel breve-medio periodo l’immigrato accede a varie forme di reddito, che normalmente costituiscono una redistribuzione del reddito medio del cittadino borghese sotto forma di: sussidi (pagati con le tasse sul cittadino); elargizioni (pagate con soldi di enti di beneficenza, in parte finanziate da cittadini illusi, in parte con le tasse estorte ai cittadini); piccoli stipendi ottenuti facendo concorrenza sleale al cittadino che si vede decurtato il proprio peso contrattuale nel mercato del lavoro. Nel medio-lungo periodo poi l’immigrato, grazie a tutta una serie di franchigie, pietismi, crumiraggio legalizzato eccetera, ha così svolto una lodevole (per il Capitale, s’intende) funzione: quella di abbassare il reddito disponibile del cittadino e portarne una parte nelle proprie tasche. Ma non è solo questo l’obbiettivo finale. Non si tratta solo di ridurre il potere contrattuale del lavoratore autoctono, ma di distribuire il reddito autoctono fra il maggior numero possibile di soggetti di spesa. Dove 20 anni fa c’era un lavoratore italiano a due milioni di lire al mese, oggi possono esserci tre soggetti (di cui uno straniero) a 600-800 euro mensili. E non è nemmeno necessario che lavorino tutti e tre. Uno può lavorare, uno può essere a carico del primo (per esempio il figlio disoccupato o al dodicesimo anno fuori corso al DAMS) e il terzo a carico dello Stato (che lo paga con le tasse tolte al primo). Il risultato finale è che nessuno dei tre guadagnerà a sufficienza per mettere più soldi da parte. Il reddito dei tre verrà dunque speso tutto, tutto assorbito dal consumo. Il ceto medio è sparito. I risparmi di tre generazioni di italiani devono essere portati al banco dei pegni e convertiti in denaro da mettere in circolazione.

Grazie all’immigrazione, insomma, il reddito disponibile del cittadino diminuirà. Il cittadino avrà così sempre meno introiti da destinare al risparmio (una categoria di gestione del denaro inutile per le banche, poiché possono prendere in prestito dalla BCE e poi usare quel denaro in speculazione e prestiti anziché gestire i conti correnti di quattro morti di fame… E soprattutto meglio indurre il consumatore a indebitarsi con la banca che a diventare creditore della banca) e dovrà destinare al consumo fette proporzionalmente sempre maggiori di reddito fino a puntare a bruciare il 100% del proprio sempre più magro stipendio in bisogni reali, indotti o perfino obbligatori (si pensi all’obbligo a sostituire l’automobile ogniqualvolta un comune restringa le norme di circolazione per i veicoli di categoria EURO- più vecchi). Il risultato finale a cui idealmente il sistema punta è il seguente: il cittadino e l’immigrato – idealmente oramai non distinguibili – avranno entrambi un reddito medio-basso e interamente disponibile solo ed esclusivamente per il consumo, senza franchigie disponibili per il risparmio, la previdenza, la casa, i figli.

E qui si chiude il cerchio. E si comincia anche a capire probabilmente perché non c’è alcun interesse a sostenere la natalità. Su figli e famiglia il governo italiano sta facendo una guerra serrata: la casa va tartassata; i figli si possono importare già belli e pronti; la mobilità sul territorio incentivata; la precarietà istituzionalizzata; il divorzio facilitato; gli asili devono diventare costosi e comunque sempre più aperti solo agli stranieri; la famiglia va parodiata e ridicolizzata con “nuove forme di unione” fino a pochi anni fa talmente inconcepibili da essere oggetto di sarcasmo o di comicità paradossale.  Il Capitale dunque punta alla realizzazione del sistema economico-consumistico perfetto, quello dove la propensione alla spesa è massimizzata e la propensione al risparmio azzerata. Come alimentazione, luce, spazio e stress in un allevamento intensivo di pollame vengono scientificamente tarati affinché i polli ingrassino con la massima efficienza economica, anche il livello di reddito dei futuri cittadini deve diventare perfettamente, scientificamente tarato affinché non un solo centesimo possa essere sottratto al consumismo attraverso il risparmio o la famiglia.