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Era dai tempi di Brigitte Bardot in Et Dieu…créa la femme che il mondo non guardava con così tanto interesse ad una bionda chioma francese. Come B.B., Marine Le Pen accende passioni, anche se sospettiamo che le ragioni siano differenti. La leader del Front National, spauracchio dei mercati e onta per la Francia (che si considera) rispettabile, infiamma gli animi tanto degli euroscettici quando degli europeisti dal momento che è dalle elezioni presidenziali francesi che passa il futuro dell’Unione Monetaria, e dunque dell’Unione Europea. Non che un eventuale insediamento di Marine Le Pen all’Eliseo implicherebbe l’immediata uscita della Francia dall’Eurozona cui seguirebbe, verosimilmente, il collasso della moneta unica. Una Frexit unilaterale rimane un’opzione politicamente ed economicamente difficile. Tuttavia, è innegabile che un quinquennio targato Front National potrebbe assestare il colpo di grazia ad un disgraziato progetto di integrazione economica che, allo stato attuale delle cose, è strutturalmente insostenibile. Ma in fondo lo stesso discorso potrebbe applicarsi in caso la vittoria venisse riportata da François Fillon (Les Républicains), Jean-Luc Mélanchon (La France Insoumise) o Benoit Hamon (Parti Socialiste). Pur prendendo le distanze dai toni assunti dal Front National, nessuno di questi tre candidati ha mostrato grande entusiasmo per un rinnovato processo di integrazione avente per obiettivo ultimo la costruzione di un’Europa federale, unico sbocco coerente della moneta unica. Solo Emmanuel Macron (En Marche!), ex ministro dell’Economia di Hollande e beniamino di quest’ultimo, si fa portatore di un programma inequivocabilmente europeista, arrivando a proporre la creazione di un ministro delle finanze della zona euro.

Il video della campagna presidenziale di Marine Le Pen, di vessilli europei neanche l’ombra. 

François Fillon, il conservatore della Sarthe travolto da uno scandalo che ha affossato le chances di vederlo sul trono repubblicano dell’Eliseo, ha insistito sulla coerenza del suo programma mirante al risanamento dei conti pubblici (il rapporto debito pubblico/PIL della Francia sfiora ormai la soglia del 100%) e il raggiungimento dell’equilibrio budgetario nel 2022. Tagli alla spesa per 100 miliardi, eliminazione di 500mila posti di lavoro nella funzione pubblica, abolizione delle fatidiche 35 ore, riduzione della pressione fiscale per le imprese e abrogazione dell’odiatissima imposta sulla fortuna sono i punti chiave del programma economico di Fillon che, coerente con la sua vena thatcheriana rimane, tuttavia, un sovranista di scuola gollista (Europa delle nazioni ad impianto intergovernativo). Favorevole al mercato più che ai mercati (si è detto contrario al CETA), è improbabile che un Fillon Président accetti le cessioni di sovranità necessarie a completare l’integrazione europea.

fillon meeting

François Fillon, un liberale più o meno conservatore che si dichiara favorevole ad un’Europa delle nazioni e al mantenimento dell’euro. Un colpo al cerchio e l’altro alla botte.

Benoit Hamon, candidato di un partito in profondissima crisi di identità, ha assoldato i coniugi Piketty per redigere un programma economico in rottura con l’approccio liberale adottato in precedenza da Manuel Valls. Per recuperare voti a sinistra, Hamon promette di aumentare la spesa pubblica tramite rialzo delle tasse a carico delle imprese e delle fasce agiate e di impegnarsi per un’Europa più solidale. Hamon sogna la mutualizzazione di parte del debito sovrano e l’armonizzazione delle politiche sociali e avanza un nebuloso trattato di democratizzazione dell’eurozona che implicherebbe la creazione di un’assemblea che sia emanazione dei parlamenti nazionali e del Parlamento Europeo. Ma queste proposte più o meno velleitarie non sembrano supportate da un europeismo convinto.

Former French Education minister and candidate in the left-wing primaries ahead of France's 2017 presidential election Benoit Hamon delivers a speech on stage Femina theatre during a campaign meeting in Bordeaux.//AMEZUGO_5474/Credit:UGO AMEZ/SIPA/1701180135

Già ministro dell’Educazione, Hamon è uscito vincitore dalle primarie di un Partito Socialista diviso tra l’ala liberale (che diserterà optando per Macron) e l’ala gauchista. Sull’Europa, una posizione debole.

Mélanchon, candidato dal passato politico troppo lungo e ricco di tornanti per presentarsi realmente come uomo anti-sistema, è l’alternativa per quegli anti-europeisti che non hanno il cuore di votare Le Pen, su cui pesa ancora uno stigma nero nonostante tutti i tentativi dédiabolisation. Favorevole alla nazionalizzazione dei settori chiave, ad un mastodontico aumento della spesa pubblica (250 miliardi l’anno) finanziato a suon di debito e alla settimana lavorativa di 32 ore, Mélanchon intende porre fine all’Europa tecnocratica di Bruxelles tramite una rinegoziazione dei trattati in chiave sovranista (piano A) o tramite l’uscita diretta dall’UE e dall’euro (piano B). Un secondo turno Le Pen vs Mélanchon, ipotesi remota ma neanche troppo vista l’ascesa del leader della France Insoumise nei sondaggi, scatenerebbe semplicemente l’apocalisse sulle piazze finanziarie.

JLM

Jean-Luc Mélanchon, fuoriuscito del Partito Socialista e candidato della France Insoumise, ha guadagnato terreno arrivando a superare sia Hamon che Fillon negli ultimi sondaggi e si pone come alternativa anti-europeista al Front National.

Solo Emmanuel Macron, il rottamatore di Francia, ha speso parole entusiaste nei confronti del progetto europeo. Malgrado l’ammirazione dichiarata per il Generale de Gaulle, Macron è probabilmente il candidato cui sta meno a cuore la sovranità nazionale. Liberale purissimo, nelle questioni economiche come in quelle sociali, che sogna renzianamente di trasformare la Francia in una gigantesca start-up, Macron ha destato scalpore affermando che non esiste una cultura francese, ma semplicemente una cultura, o meglio più culture, in Francia. Tra i cinque candidati principali all’Eliseo, Macron è l’unico a far proprie delle posizioni convintamente europeiste, dunque post-nazionali, l’unico aspirante alla monarchia repubblicana di Francia dalla vena sottilmente anti-francese.

“Non esiste una cultura francese” la controversa posizione di Emmanuel Macron

Se, come abbiamo avuto modo di ribadire sulle pagine di questa testata, due sole sono le opzioni che si offrono agli stati membri dell’Unione Monetaria per risolvere quel pasticcio istituzionale che è l’euro (l’Unione Federale o un ritorno alle valute nazionali, tertium non datur), e se è vero che la Francia è l’unico paese in grado di tener testa alla Germania, è chiaro come sia da Parigi che passa il futuro di Francoforte e di Bruxelles. Un Macron Président potrebbe ridar vigore alle ambizioni federaliste, mentre gli altri candidati si limiterebbero a vegliare al capezzale dell’euro e dell’Europa, più o meno pronti ed intenzionati ad inferire il colpo mortale.