La credibilità del sistema politico è messa ogni giorno alla berlina al punto da minare non solo l’autorevolezza ma la stessa sopravvivenza  di strutture e livelli amministrativi che ormai i cittadini avvertono nella loro natura oppressiva, non come espressioni ma come ostacoli ad  un esercizio democratico del potere. Quello che emerge è un’insofferenza sempre maggiore nei confronti dei partiti e delle figure politiche tradizionali, formazioni che assumono varie declinazioni nelle singole realtà statuali ma che si possono facilmente riconoscere nella tendenza bipolare degli ultimi trent’anni, forze divise su tutto tranne su quello che più conta cioè nel sostegno acritico alle politiche economiche neoliberiste.

Tutto questo ha prodotto una crescita di forze che sotto l’astratta e poco utile definizione di populismo coagulano un consenso che variegate leggi elettorali, larghe intese, appelli alla responsabilità non sembrano in grado di contenere. Anche se è lecito nutrire dubbi sulla loro capacità di produrre modifiche strutturali data la carenza o ambiguità delle loro analisi, il desiderio di cambiamento che le sostiene preoccupa chi ha interesse nel mantenere l’attuale stato di cose. Un’onda lunga che in un modo o nell’altro sembra destinata a modificare l’assetto politico degli ultimi trent’anni rischia di far cadere la fragile costruzione europea già sul bordo di un precipizio nel momento in cui uno o più di questi partiti dovesse prendere il potere, ipotesi sempre più probabile ad ogni tornata elettorale. Particolarmente critica risulta essere la legittimazione degli organismi europei che svolgono un ruolo sempre maggiore nello stabilire e indirizzare le politiche dei singoli stati nazionali. La grande coalizione messa in campo al Parlamento Europeo per fermare le cosiddette forze euro-scettiche, che comprende socialisti, popolari e liberali rende trasparente l’illusione di una competizione democratica che, data la totale interscambiabilità delle politiche proposte, rende a sua volta superfluo ogni esercizio elettorale.

Palesare l’evidenza di come la scelta elettorale non vada a influenzare la sostanza del processo decisionale mina la sostanza stessa della democrazia e con essa la legittimazione  del sistema, anche perché questa conclusione apre al legittimo interrogativo di stabilire a chi rispondono le logiche politiche ed economiche messe in atto dall’Unione Europea. La facile risposta ce la può suggerire la nomina nelle scorse settimane dell’ex presidente della Commissione Europea José Barroso a presidente della banca d’affari Goldman Sachs. La reazione imbarazzata dello stesso J.C. Junker, uomo che non ha certo un passato da educanda sull’opportunità di tale nomina, è rivelatrice degli intrecci tra potere politico ed economico. L’affrettarsi a formulare una condanna unanime da parte di parlamentari e membri della commissione, nonostante non siano state violate le regole di quel codice di condotta che loro stessi hanno contribuito a scrivere, ovvero la pratica delle porte girevoli tra politica ed economia, di cui Barroso è solo l’ultimo di una lunga serie, è una reazione sospetta.  Quello che preoccupa i parlamentari non è tanto l’inaccettabile sostanza di un rapporto dove il conflitto d’interessi è tale da fare apparire Berlusconi un paladino della trasparenza, ma il fatto che il palesarsi di queste dinamiche tende a rafforzare i partiti euro-scettici all’interno dell’opinione pubblica. Non si comprende in altro modo una reazione così veemente quando la lista di personaggi inseriti in questo sistema definito a porte girevoli sarebbe talmente lunga da occupare il resto di quest’articolo. Per limitarci alle italiche glorie che direttamente sono collegati alla sola banca sopracitata ricordiamo Romano Prodi, Mario Draghi, Mario Monti, Gianni Letta e la lista potrebbe facilmente allungarsi allargando le maglie della ricerca a collegamenti appena meno espliciti o ad altre banche. Non si può servire contemporaneamente Dio e Mammona e la scelta delle élite europee sembra chiara nei fatti e poco valore hanno dichiarazioni retoriche al di là della falsa coscienza dei singoli parlamentari.

La costruzione europea rimane un processo d’integrazione spesso portato avanti ignorando volontà dei cittadini dei singoli stati e condotto sotto la guida di grandi interessi economici prima che delle persone. Per la sua fragile sopravvivenza nelle forme e nei modi come la conosciamo, in cui il controllo delle politiche messe in atto non è determinato da una legittimazione democratica ma risponde a interessi ristretti, è necessaria quella  redistribuzione di ricchezza premessa implicita o esplicita a tutti i processi comunitari. Nel momento in cui nemmeno questa può essere garantita e non può essere garantita perché l’Unione non è stata pensata con questa funzione, emergono con tutta la loro forza dirompente le crepe causate dalle contraddizioni di una struttura costruita sulla testa dei popoli nell’interesse del grande capitale e nel solco dell’ideologia neoliberista che esso sostiene.